Il gusto dell’acqua non è una costante

Il bicchiere è lo stesso. Il rubinetto è lo stesso. Eppure l’acqua, a luglio, può sembrare diversa da quella bevuta a gennaio.

È un’osservazione comune e, nella maggior parte dei casi, tutt’altro che immaginaria.
L’acqua potabile non è un prodotto con una ricetta organolettica immutabile.
È una matrice naturale che viene captata, eventualmente trattata, distribuita e infine fatta passare attraverso l’impianto interno dell’edificio.
In ognuno di questi passaggi alcune caratteristiche possono cambiare.
La temperatura varia.
La disponibilità delle diverse fonti può variare.
La composizione minerale può mostrare oscillazioni.
Le acque superficiali rispondono alle stagioni molto più rapidamente di molte falde profonde.
I trattamenti vengono adattati alle caratteristiche dell’acqua grezza.
Il disinfettante residuo evolve lungo la rete.
Infine arriva l’edificio, con tubazioni, accumuli, ristagni, trattamenti domestici e terminali.
Il risultato è semplice: due bicchieri prelevati dallo stesso rubinetto in due periodi dell’anno possono essere percepiti in modo differente pur appartenendo entrambi a un’acqua pienamente conforme.
Ma attenzione.
“Può essere normale” non significa “qualsiasi cambiamento è normale”.
Un cambiamento improvviso, marcato o persistente di sapore, odore, colore o torbidità merita sempre una valutazione.
Ed è proprio questa distinzione, tra variabilità fisiologica e segnale da indagare, che rende interessante il tema.

Prima distinzione: gusto, sapore e odore non sono la stessa cosa

Quando diciamo “sa di cloro” stiamo spesso descrivendo un’esperienza sensoriale più complessa di quanto sembri.

Nel linguaggio quotidiano usiamo la parola gusto per quasi tutto.
Dal punto di vista sensoriale, però, ciò che chiamiamo sapore dell’acqua deriva dall’interazione tra gusto propriamente detto, odore, temperatura e sensazioni trigeminali.
Il naso partecipa moltissimo alla percezione.
Per questo un composto presente a concentrazioni estremamente basse può rendere l’acqua “terrosa”, “muffosa” o “clorata” senza che la sua presenza corrisponda automaticamente a un rischio sanitario.
È anche vero il contrario.
Numerosi contaminanti di interesse sanitario possono non produrre alcuna modificazione percepibile.
Quindi il palato è uno strumento eccellente per accorgersi che qualcosa è cambiato, ma è un pessimo laboratorio per certificare la potabilità.
Percezione organolettica e sicurezza sanitaria sono collegate solo in alcuni casi e non devono essere confuse.

La temperatura cambia davvero quello che percepiamo

Il primo responsabile è spesso il più banale: l’acqua non arriva al rubinetto sempre alla stessa temperatura.

La temperatura influenza la volatilità di numerose sostanze e modifica la loro percezione olfattiva e gustativa.
Studi sensoriali sull’acqua potabile hanno mostrato che l’intensità percepita di diversi odoranti, tra cui cloro libero, geosmina e 2-metilisoborneolo, può cambiare con la temperatura.
In estate l’acqua della rete e soprattutto quella rimasta nelle tubazioni interne può essere sensibilmente più calda.
Quello che a 10 °C sembrava quasi impercettibile può diventare più evidente a temperature superiori.
Questo spiega anche un’esperienza molto comune.
L’acqua appena prelevata può sembrare meno gradevole, mentre la stessa acqua raffreddata in frigorifero viene giudicata migliore.
Non è necessariamente cambiata la composizione.
È cambiata la nostra percezione della stessa matrice.
La temperatura, però, non è solo una questione di gusto.
Nelle reti interne rappresenta anche un parametro tecnico importante per la stabilità microbiologica.
Un’acqua fredda che si riscalda eccessivamente all’interno dell’edificio può indicare permanenze prolungate, vicinanza a tubazioni calde, scarso isolamento o ristagni.
Quindi anche un’impressione sensoriale può diventare il punto di partenza per una domanda impiantistica più seria.

Le fonti di approvvigionamento possono cambiare

Non sempre durante l’anno beviamo acqua proveniente esattamente dalla stessa combinazione di fonti.

Un sistema acquedottistico può essere alimentato da falde, sorgenti, acque superficiali o da una combinazione di queste risorse.
La gestione può modificare nel tempo le proporzioni tra le diverse fonti per ragioni quantitative, qualitative o operative.
Una sorgente può avere portata stagionale.
Un pozzo può essere utilizzato maggiormente in un certo periodo.
Un invaso può assumere un ruolo più importante durante una fase di domanda elevata.
Due risorse perfettamente conformi possono possedere composizioni differenti.
Possono cambiare durezza, alcalinità, sodio, cloruri, solfati e altri costituenti che contribuiscono alla percezione complessiva.
L’Istituto Superiore di Sanità ricorda infatti che le caratteristiche chimiche e organolettiche dell’acqua del rubinetto possono variare in funzione delle fonti di prelievo e dei trattamenti applicati.
La variazione del gusto non dimostra, da sola, un peggioramento della qualità.
Può semplicemente indicare che il sistema sta utilizzando una matrice leggermente diversa, comunque compatibile con i requisiti di potabilità.
Naturalmente, quando la variazione è importante, il dato va verificato e non interpretato per supposizioni.

Acque sotterranee e acque superficiali non reagiscono allo stesso modo alle stagioni

Il calendario meteorologico non ha lo stesso effetto su una falda profonda e su un lago.

Le falde profonde e ben protette tendono spesso a presentare una maggiore stabilità termica e chimica rispetto alle acque superficiali.
Un lago, un invaso o un fiume rispondono invece più direttamente a temperatura, precipitazioni, portata, irraggiamento solare, apporti di nutrienti e dinamiche biologiche.
Durante i mesi più caldi possono verificarsi fenomeni biologici capaci di influenzare le caratteristiche organolettiche dell’acqua grezza.
Questo non significa che l’acqua distribuita diventi automaticamente insicura.
Significa che il gestore deve conoscere il fenomeno e adeguare il trattamento quando necessario.
È qui che entra in gioco la logica moderna dei Piani di Sicurezza dell’Acqua.
La sicurezza non viene costruita aspettando che un parametro superi un limite al rubinetto.
Viene costruita conoscendo la risorsa, anticipando i pericoli, controllando i processi e verificando il risultato.

Geosmina e 2-MIB: quando l’acqua “sa di terra”

Un odore di terra o muffa può essere percepito a concentrazioni minuscole e non significa automaticamente contaminazione pericolosa.

Tra le sostanze più note per gli episodi di gusto e odore nelle acque vi sono la geosmina e il 2-metilisoborneolo, spesso abbreviato in 2-MIB.
Possono essere prodotti da diversi microrganismi presenti negli ambienti acquatici, tra cui alcuni cianobatteri e actinomiceti.
La loro caratteristica più sorprendente è la soglia sensoriale estremamente bassa.
L’essere umano può percepirli nell’ordine dei nanogrammi per litro.
Gli studi su invasi destinati alla produzione di acqua potabile mostrano che questi composti possono seguire andamenti stagionali.
Dal punto di vista sanitario occorre evitare due errori opposti.
Il primo è pensare che un sapore terroso equivalga automaticamente a un’acqua pericolosa.
Geosmina e 2-MIB sono soprattutto un problema di accettabilità organolettica alle concentrazioni normalmente associate agli episodi di gusto e odore.
Il secondo errore è ignorare qualsiasi cambiamento perché “saranno le alghe”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che variazioni improvvise o sostanziali di gusto e odore devono essere investigate.
Alcuni cianobatteri possono produrre tossine di interesse sanitario, ma la produzione di geosmina o 2-MIB non costituisce un indicatore affidabile della presenza di cianotossine.
Insomma, il naso può dare l’allarme.
Non può dirci quale sia la causa.

Il sapore di cloro: il grande accusato

Se l’acqua cambia gusto, il cloro finisce quasi sempre sul banco degli imputati. A volte giustamente, altre volte per abitudine.

La disinfezione è una delle barriere fondamentali per la sicurezza microbiologica dell’acqua.
Quando viene utilizzato un disinfettante residuo, la sua concentrazione e le specie chimiche presenti possono influenzare l’esperienza sensoriale.
Il cloro libero può essere percepito da alcuni consumatori più facilmente di altri.
La percezione dipende dalla concentrazione, dalla temperatura, dalla matrice dell’acqua e dalla sensibilità individuale.
Anche la distanza dal punto di disinfezione e il tempo trascorso nella rete possono modificare il residuo.
Il gestore, inoltre, può adattare il processo alle condizioni dell’acqua grezza e della distribuzione.
Questo significa che una diversa percezione del “cloro” nel corso dell’anno può avere spiegazioni operative perfettamente ragionevoli.
Ma anche qui non dobbiamo trasformare una sensazione in una diagnosi.
Un odore definito dal consumatore “di cloro” può derivare da fenomeni differenti.
Se è nuovo, intenso o persistente, va verificato.
L’ironia è che il cloro viene spesso accusato quando si sente e dimenticato quando svolge silenziosamente il lavoro per cui è stato utilizzato: contribuire alla sicurezza microbiologica della distribuzione.

La mineralizzazione cambia il gusto, ma non si misura con il palato

Calcio, magnesio, sodio, cloruri, solfati e bicarbonati contribuiscono all’identità sensoriale dell’acqua.

La composizione minerale influenza il carattere dell’acqua.
Un’acqua poco mineralizzata può essere percepita come più “leggera”.
Un’acqua con maggiore presenza di alcuni sali può apparire più sapida o più strutturata.
Cloruri e solfati, a concentrazioni sufficienti, possono contribuire a modificazioni organolettiche.
Calcio e magnesio influenzano la durezza e partecipano alla percezione complessiva.
L’ISS riporta intervalli indicativi nei quali diversi sali possono diventare percepibili dal punto di vista organolettico.
Ma la percezione individuale è variabile e non coincide con un limite sanitario.
Un’acqua che ci sembra diversa non è necessariamente fuori parametro.
E un’acqua che ci sembra identica a ieri non è necessariamente identica dal punto di vista analitico.
Il dato sensoriale deve essere trattato per ciò che è: un’informazione utile, non una certificazione.

Anche il trattamento cambia con l’acqua grezza

Un potabilizzatore serio non lavora tutto l’anno con il pilota automatico inserito.

Se cambiano torbidità, sostanza organica, temperatura, caratteristiche microbiologiche o altri elementi della risorsa, può essere necessario adattare i processi.
Coagulazione, filtrazione, adsorbimento, ossidazione e disinfezione vengono gestiti in funzione delle condizioni reali.
Questo può produrre leggere variazioni organolettiche pur mantenendo pienamente la conformità dell’acqua distribuita.
La variabilità non rappresenta necessariamente una perdita di controllo.
In un sistema ben gestito può essere esattamente il contrario.
Il trattamento cambia perché il gestore sta reagendo alla variabilità della risorsa.
Il parametro corretto non è quindi “l’acqua deve avere sempre lo stesso sapore”.
Il parametro corretto è “l’acqua deve restare salubre, pulita e organoletticamente accettabile, senza variazioni anomale”.

La rete pubblica è parte della storia

Tra il potabilizzatore e il nostro bicchiere possono esserci chilometri di tubazioni e tempi di permanenza differenti.

Durante il trasporto l’acqua interagisce con la rete.
Cambiano temperatura e residuo di disinfettante.
Possono verificarsi fenomeni di deposito e risospensione.
Le condizioni idrauliche variano in funzione dei consumi.
In estate, in alcune località, la domanda può aumentare sensibilmente.
In altre, come zone scolastiche o produttive durante le chiusure, può accadere il contrario.
Il tempo di residenza dell’acqua nella rete è quindi un elemento importante.
La moderna gestione della sicurezza idrica considera la distribuzione non come un tubo neutro, ma come una parte del sistema da controllare.

Poi arriva il contatore. E il gusto può cambiare ancora

Attribuire automaticamente ogni variazione all’acquedotto è comodo. Tecnicamente, però, è spesso troppo semplice.

Dopo il punto di consegna l’acqua entra nel sistema di distribuzione interno.
Da quel momento può attraversare tubazioni, serbatoi, autoclavi, addolcitori, filtri, apparecchi a carbone attivo, sistemi a osmosi inversa, boiler e terminali.
Ognuno di questi elementi può modificare le caratteristiche dell’acqua.
Il D.Lgs. 18/2023, come modificato dal D.Lgs. 102/2025, ha rafforzato la lettura della sicurezza lungo l’intera filiera e attribuisce rilevanza ai sistemi di distribuzione interna.
Quando il consumatore segnala che “l’acqua in estate cambia sapore”, la prima domanda tecnica non dovrebbe essere chi incolpare.
Dovrebbe essere dove avviene il cambiamento.
Se il fenomeno è percepito in tutto il quartiere, la pista è una.
Se compare solo in un edificio, la pista cambia.
Se compare soltanto in un rubinetto, cambia ancora.
Dato → punto di comparsa → impianto → possibile causa → significato sanitario.
Questa è la sequenza corretta.

Stagnazione: il gusto dell’acqua rimasta ferma

Il primo bicchiere del mattino non sempre racconta la stessa acqua che sta scorrendo nella rete stradale.

Durante la notte l’acqua può rimanere per ore nelle tubazioni dell’edificio.
In una seconda casa, in un ufficio chiuso o in una camera d’albergo inutilizzata la permanenza può durare giorni.
Il contatto prolungato con materiali, depositi e biofilm può modificare alcune caratteristiche.
La temperatura può aumentare.
Il disinfettante residuo può diminuire.
La stagnazione può favorire fenomeni di rilascio da materiali e alterazioni organolettiche.
Per questo l’ISS raccomanda, dopo stagnazione notturna o fermo prolungato dell’impianto, di far scorrere l’acqua prima di utilizzarla per bere o cucinare, recuperandola possibilmente per altri usi.
In estate questo effetto può diventare più evidente perché le tubazioni interne raggiungono temperature maggiori.
La frase “in estate l’acqua del Comune sa peggio” potrebbe quindi descrivere, in alcuni casi, soprattutto l’acqua che ha trascorso otto ore nell’impianto di casa.
Prima di accusare l’intero acquedotto può valere la pena aprire il rubinetto e fare un piccolo esperimento ragionato.

Filtri, caraffe e addolcitori: quando il gusto lo cambiamo noi

Non tutto ciò che percepiamo al rubinetto è stato deciso dal gestore idrico.

Un apparecchio di trattamento domestico modifica intenzionalmente o indirettamente le caratteristiche dell’acqua.
Il carbone attivo può ridurre sostanze responsabili di odori e sapori.
L’osmosi inversa modifica in modo marcato la mineralizzazione.
L’addolcimento modifica l’equilibrio ionico secondo il processo utilizzato.
Una cartuccia esausta, un filtro mantenuto male o un’apparecchiatura lasciata ferma possono invece diventare essi stessi una criticità.
La manutenzione è quindi parte della qualità dell’acqua.
Un dispositivo acquistato per “migliorare il sapore” non rimane automaticamente igienicamente perfetto per tutta la sua vita utile.
In estate, con temperature ambientali maggiori e periodi di assenza per le vacanze, questo aspetto merita ancora più attenzione.

Il bicchiere può ingannarci anche per motivi banalissimi

Prima di aprire un’indagine internazionale sull’acquedotto, conviene controllare anche il contenitore.

Bottiglie riutilizzabili, borracce, caraffe, contenitori refrigerati e ghiaccio possono modificare odore e sapore.
Una borraccia non correttamente lavata può sviluppare biofilm e odori.
Una caraffa lasciata aperta in frigorifero può assorbire odori ambientali.
Il ghiaccio prodotto da un apparecchio poco pulito può essere il vero responsabile di un gusto anomalo.
Prima di attribuire la causa, bisogna isolare le variabili.
Assaggiare l’acqua direttamente dal rubinetto dopo un adeguato flussaggio, confrontare più punti e verificare se il fenomeno riguarda acqua fredda, calda o entrambe può fornire indicazioni preliminari molto utili.

Quando il cambiamento è normale e quando deve preoccuparci?

La risposta professionale non è “mai” e non è “sempre”. È: dipende dal tipo di variazione e dal contesto.

Una lieve variazione stagionale di temperatura, mineralità percepita o intensità del disinfettante può essere compatibile con la normale gestione del sistema.
Una variazione improvvisa, importante, persistente o associata ad altri segnali deve invece essere indagata.
Particolare attenzione meritano cambiamenti accompagnati da colore anomalo, torbidità, particelle, odori insoliti o fenomeni che compaiono improvvisamente dopo lavori sulla rete o sull’impianto interno.
L’OMS considera gusto e odore elementi importanti di accettabilità e sottolinea che possono anche segnalare inquinamento o malfunzionamenti nel trattamento o nella distribuzione.
L’ISS, nelle indicazioni rivolte ai cittadini, raccomanda di non utilizzare per uso potabile acqua che presenti odore, sapore o colore anomali e di consultare i riferimenti sanitari competenti.
Questo non significa che ogni bicchiere “diverso dal solito” nasconda un’emergenza.
Significa che un’anomalia vera non va normalizzata per abitudine.

Cosa dice la normativa italiana

Il sapore non è una questione estetica lasciata completamente al gusto personale.

Il riferimento nazionale è il D.Lgs. 18/2023, attuativo della Direttiva (UE) 2020/2184, oggi letto nel testo risultante dalle modifiche introdotte dal D.Lgs. 102/2025, in vigore dal 19 luglio 2025.
Nel sistema dei parametri indicatori, odore e sapore devono risultare accettabili per i consumatori e senza variazioni anomale.
La formulazione è interessante perché non stabilisce un numero universale capace di descrivere il “buon sapore”.
Il legislatore riconosce la natura organolettica del parametro, ma pretende contemporaneamente che le variazioni anomale non vengano ignorate.
È coerente con l’approccio basato sul rischio che caratterizza la normativa moderna.
Il controllo non consiste soltanto nel confrontare numeri con limiti.
Consiste anche nell’individuare cambiamenti che possono segnalare un’alterazione della risorsa, del trattamento, della rete o dell’impianto interno.
Il D.Lgs. 102/2025 non ha sostituito questa impostazione.
Ha integrato e corretto il D.Lgs. 18/2023, rafforzando il quadro complessivo di attuazione della disciplina europea.
Per questo, nel 2026, parlare di qualità organolettica dell’acqua facendo riferimento soltanto al vecchio D.Lgs. 31/2001 significa descrivere un quadro normativo superato.

Il gusto non dimostra la potabilità

Questo è il passaggio sanitario più importante dell’intero articolo.

Un’acqua gradevole può essere non conforme.
Un’acqua con un gusto che non piace può essere perfettamente conforme.
La correlazione tra soglia organolettica e tossicità non è automatica.
Alcune sostanze vengono percepite a concentrazioni molto inferiori a quelle di interesse sanitario.
Altre possono raggiungere concentrazioni rilevanti senza produrre un sapore riconoscibile.
Escherichia coli non ci avvisa con un retrogusto.
I nitrati non trasformano necessariamente l’acqua in qualcosa di sgradevole.
Numerosi contaminanti chimici non sono identificabili bevendo un sorso.
Dall’altra parte geosmina e 2-MIB possono rendere l’acqua sensorialmente poco gradevole a concentrazioni estremamente basse.
Quindi “sa buona” non significa “è potabile”.
E “oggi ha un gusto diverso” non significa automaticamente “è contaminata”.
La potabilità si verifica attraverso il sistema di controllo previsto, la valutazione del rischio e, quando necessario, l’analisi.
Il palato può aprire un’indagine.
Non può chiuderla.

Un piccolo metodo pratico per capire dove nasce il cambiamento

Prima di interpretare, bisogna localizzare il fenomeno.

  • Verificare se il cambiamento riguarda solo un rubinetto oppure più punti dell’edificio.
  • Confrontare l’acqua appena aperto il rubinetto con quella dopo un adeguato flussaggio.
  • Verificare se il fenomeno riguarda esclusivamente l’acqua calda o anche l’acqua fredda.
  • Controllare la presenza di filtri, addolcitori, osmosi, caraffe o altri trattamenti a valle del contatore.
  • Chiedere se anche edifici vicini alimentati dalla stessa rete percepiscono la stessa variazione.
  • Verificare se sono stati eseguiti lavori recenti sulla rete pubblica o sull’impianto interno.
  • Osservare se al cambiamento di gusto si associano odore, colore, torbidità o particelle.
  • Se l’anomalia è marcata o persistente, acquisire informazioni dal gestore e valutare controlli analitici mirati.

Questa sequenza non sostituisce un’indagine tecnica.
Serve a evitare il classico salto logico tra “sento qualcosa di diverso” e “l’acqua è contaminata”.
Serve anche a evitare l’errore opposto: abituarsi a un’anomalia e considerarla normale soltanto perché si ripete ogni estate.

Tre casi pratici

Lo stesso sintomo può nascere in tre punti completamente diversi.

Caso 1.
Un’intera zona servita da una fonte superficiale segnala per alcuni giorni un leggero sentore terroso durante un periodo caldo.
Il fenomeno può essere coerente con composti organolettici di origine biologica nella risorsa, ma deve essere valutato dal gestore nel quadro dei propri controlli.
Caso 2.
Solo un appartamento segnala un sapore anomalo, soprattutto al primo utilizzo mattutino, che scompare dopo alcuni minuti.
La rete pubblica diventa un’ipotesi meno convincente.
Stagnazione, materiali, terminali o trattamenti domestici devono entrare nell’indagine.
Caso 3.
Un hotel riapre un’ala rimasta chiusa per settimane e l’acqua presenta caratteristiche organolettiche diverse in alcune camere.
Qui il calendario non è la causa.
Il calendario ha semplicemente creato il periodo di inutilizzo.
Il vero tema è l’impianto, con stagnazione, temperature e gestione dei terminali.
Tre situazioni.
Una frase identica del consumatore: “l’acqua ha cambiato sapore”.
Tre catene causali completamente differenti.
È esattamente per questo che la consulenza comincia dopo il dato sensoriale, non prima.

E la Legionella?

Il gusto dell’acqua non è un sistema di allarme per Legionella.

È importante dirlo chiaramente perché l’associazione viene fatta spesso.
La presenza di Legionella non viene riconosciuta dal sapore o dall’odore dell’acqua.
Il rischio Legionella è legato soprattutto all’inalazione di aerosol contaminato e alla gestione dei sistemi idrici, in particolare alle condizioni che favoriscono proliferazione e diffusione.
Temperature favorevoli, ristagno, biofilm, incrostazioni e carenze gestionali sono elementi centrali secondo le Linee guida nazionali per la prevenzione e il controllo della legionellosi del 2015.
Quindi un’acqua che in estate appare più tiepida può suggerire una condizione impiantistica da valutare, soprattutto nell’acqua fredda.
Ma non possiamo assaggiare l’acqua e dedurre la presenza o l’assenza di Legionella.
Anche qui il collegamento corretto è dato → impianto → rischio → verifica appropriata.

La qualità percepita conta più di quanto sembri

Un’acqua sicura che il consumatore non si fida di bere è comunque un problema di gestione e comunicazione.

L’accettabilità organolettica ha un valore concreto.
Se l’acqua ha odori o sapori sgradevoli, il consumatore può smettere di utilizzarla, cercare fonti alternative o installare trattamenti domestici non sempre necessari e non sempre correttamente gestiti.
La fiducia è quindi parte del rapporto tra sistema idrico e utente.
Questo non significa promettere un’acqua dal sapore identico 365 giorni all’anno.
Significa spiegare le variazioni fisiologiche e indagare quelle anomale.
Un gestore che comunica correttamente la provenienza dell’acqua, i controlli e le eventuali variazioni stagionali costruisce più fiducia di chi risponde semplicemente: “è tutto a norma”.
La conformità è fondamentale.
La comprensione del fenomeno è ciò che trasforma la conformità in fiducia.

La conclusione

Il gusto cambia perché l’acqua ha una storia. E quella storia non è identica in gennaio e in agosto.

La temperatura può cambiare la percezione.
Le fonti possono essere utilizzate in proporzioni differenti.
Le acque superficiali possono rispondere alle dinamiche biologiche stagionali.
La mineralizzazione può mostrare variazioni.
Il trattamento può essere adattato.
Il disinfettante residuo evolve.
La rete pubblica modifica temperatura e tempi di permanenza.
Poi arriva l’impianto interno, dove stagnazione, materiali e dispositivi di trattamento possono aggiungere un altro capitolo.
Quindi sì.
È assolutamente possibile che il gusto dell’acqua cambi durante l’anno senza che questo significhi automaticamente una perdita di potabilità.
Ma la frase non deve diventare un alibi.
Una variazione anomala, improvvisa o persistente deve essere compresa.
Il D.Lgs. 18/2023, aggiornato dal D.Lgs. 102/2025, non chiede che l’acqua abbia il gusto industrialmente identico di una bibita prodotta con una ricetta fissa.
Chiede che sia salubre e pulita e, per odore e sapore, accettabile per i consumatori e senza variazioni anomale.
La differenza è sostanziale.
L’acqua potabile è una risorsa naturale gestita attraverso un sistema tecnico.
Non è una formula immutabile.
Per questo la domanda migliore non è “perché oggi sa diversa?”.
È “dove, come e perché è cambiata?”.
Ed è proprio da quella domanda che comincia una valutazione seria.

Riferimenti normativi e tecnico-scientifici

  • Direttiva (UE) 2020/2184 del Parlamento europeo e del Consiglio, 16 dicembre 2020.
  • D.Lgs. 23 febbraio 2023, n. 18, concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano.
  • D.Lgs. 19 giugno 2025, n. 102, disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 18/2023, in vigore dal 19 luglio 2025.
  • Istituto Superiore di Sanità, progetto Acqua e Salute.
  • World Health Organization, Guidelines for drinking-water quality, quarta edizione con addenda, capitolo sugli aspetti di accettabilità.
  • Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi, Conferenza Stato-Regioni, 7 maggio 2015.
  • Whelton A.J., Dietrich A.M., Relationship between intensity, concentration, and temperature for drinking water odorants, Water Research, 2004.

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    Salvatore Abbate

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