Risparmio energetico contro sicurezza microbiologica: quanto possiamo abbassare la temperatura dell’ACS?

Pompe di calore, accumuli, ricircolo, Legionella e rischio ustioni: perché la temperatura corretta non è un semplice numero sul display del generatore.

La richiesta sembra assolutamente ragionevole.
“Possiamo abbassare un po’ la temperatura dell’acqua calda sanitaria per consumare meno?”
In molti edifici la domanda arriva oggi insieme a un’altra.
“Abbiamo installato una pompa di calore: perché dovremmo continuare a produrre acqua a temperature così elevate?”
La risposta più corretta è che il problema non può essere risolto scegliendo semplicemente un numero più basso sul display del generatore.
Ridurre la temperatura può effettivamente diminuire le dispersioni termiche e, soprattutto con una pompa di calore, migliorare le condizioni di funzionamento della macchina.
Ma l’acqua calda sanitaria non è soltanto un vettore energetico.
È anche acqua destinata all’uso umano che attraversa accumuli, tubazioni, ricircoli, valvole, docce e terminali.
E quando una parte significativa dell’impianto rimane stabilmente in un intervallo termico favorevole alla crescita di Legionella, il risparmio energetico può trasformarsi in un costo sanitario e gestionale molto più serio.
La domanda corretta, quindi, non è:
“Qual è la temperatura più bassa che posso impostare?”
La domanda corretta è:
“Quale profilo termico deve essere garantito nell’intero sistema affinché il risparmio energetico non comprometta la misura di controllo microbiologico?”
Sono due domande molto diverse.

Il primo errore: parlare della “temperatura dell’ACS” come se fosse una sola

In un impianto centralizzato esistono più temperature, e ognuna racconta una parte diversa del rischio.

Quando un cliente dice che il boiler è impostato a 55 °C, spesso pensa di aver fornito tutta l’informazione necessaria.
Non è così.
In un sistema di acqua calda sanitaria possono essere rilevanti almeno:

  • La temperatura all’interno dell’accumulo.
  • La temperatura in uscita dal sistema di produzione.
  • La temperatura all’immissione nella rete di distribuzione.
  • La temperatura di mandata nella rete di ricircolo.
  • La temperatura di ritorno del ricircolo.
  • La temperatura alla base delle singole colonne.
  • La temperatura raggiunta nei punti distali.
  • La temperatura prima di una valvola termostatica di miscelazione.
  • La temperatura effettivamente erogata all’utilizzatore.

Un solo valore non descrive il sistema.
Possiamo avere 60 °C nella parte alta del serbatoio e 46 °C su un ramo periferico.
Possiamo avere 55 °C in mandata e 43 °C al ritorno.
Possiamo avere 60 °C a monte di una valvola miscelatrice e una lunga rete che distribuisce acqua già miscelata a 42 °C.
Possiamo avere una macchina perfettamente impostata e un ricircolo idraulicamente sbilanciato.
La Legionella non legge il setpoint.
Vive nelle condizioni realmente presenti nell’impianto.

Perché abbassare la temperatura fa effettivamente risparmiare energia

Il motivo energetico esiste e non va banalizzato.

Mantenere acqua più calda richiede energia.
A parità di isolamento e condizioni ambientali, aumentando la differenza di temperatura tra acqua e ambiente aumentano anche le dispersioni termiche dell’accumulo e della distribuzione.
Inoltre, per una pompa di calore, produrre acqua a temperatura più elevata significa generalmente lavorare con un salto termico maggiore tra sorgente e utenza.
Questo tende a ridurre il coefficiente di prestazione della macchina.
È quindi corretto affermare che, dal solo punto di vista energetico, lavorare a temperature più basse può essere vantaggioso.
Ma l’entità del risparmio non è universale.
Dipende dalla tecnologia.
Dalla temperatura della sorgente.
Dal refrigerante.
Dalla temperatura esterna.
Dall’isolamento dell’accumulo.
Dalla lunghezza della rete.
Dal ricircolo.
Dai profili di utilizzo.
Dalla stratificazione del serbatoio.
Dalle logiche di controllo.
Dalla necessità di cicli ad alta temperatura.
La transizione energetica sta rendendo questo problema sempre più concreto.
L’Agenzia Internazionale dell’Energia documenta la crescente diffusione delle pompe di calore anche per la produzione di acqua calda sanitaria.
Questo rende ancora più importante progettare insieme efficienza energetica e sicurezza microbiologica, invece di trattarle come due discipline separate.

Dove comincia il problema microbiologico

Legionella trova nelle reti idriche artificiali un ambiente molto diverso da quello di un semplice serbatoio di acqua calda.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità indica che Legionella può sopravvivere e crescere nei sistemi idrici nell’intervallo approssimativo compreso tra 20 e 50 °C, con condizioni particolarmente favorevoli nella fascia intermedia.
Le Linee guida nazionali italiane del 2015 utilizzano lo stesso principio per costruire la prevenzione termica.
Questo non significa che a 49 °C il batterio proliferi e a 50,1 °C scompaia.
La microbiologia non funziona come un interruttore.
La temperatura modifica la capacità di crescita e la velocità di inattivazione.
A temperature più elevate la crescita viene progressivamente sfavorita e l’inattivazione diventa più rapida.
Ma il risultato dipende anche dal tempo di esposizione.
Dal biofilm.
Dai sedimenti.
Dalla presenza di amebe.
Dalla posizione del microrganismo all’interno della rete.
E dalla reale temperatura raggiunta nel punto in cui il batterio si trova.
Ecco perché “il boiler arriva ogni tanto a 60 °C” non dimostra automaticamente che tutta la rete sia sotto controllo.

Cosa indicano oggi le Linee guida nazionali Legionella

Sul sito del Ministero della Salute, al settembre 2026, il riferimento nazionale pubblicato per la prevenzione e il controllo della legionellosi resta il documento approvato in Conferenza Stato-Regioni il 7 maggio 2015.

Per gli impianti di acqua calda sanitaria centralizzati il documento afferma che il rischio di colonizzazione e crescita di Legionella può essere minimizzato mantenendo costantemente la temperatura di distribuzione al di sopra di 50 °C.
Negli impianti dotati di ricircolo indica inoltre che:

  • Nei serbatoi di accumulo l’ACS deve essere mantenuta a temperatura non inferiore a 60 °C.
  • Alla base di ciascuna colonna di ricircolo la temperatura non deve scendere sotto 50 °C.

Il ricircolo deve essere correttamente dimensionato e bilanciato proprio per evitare salti termici e raffreddamenti eccessivi.
Questo passaggio è fondamentale.
La temperatura non viene richiesta soltanto “in centrale”.
Deve esistere una reale continuità della barriera termica nell’impianto.

Quindi posso abbassare l’accumulo da 60 a 55 °C?

Se la temperatura è la principale misura di controllo della Legionella, non è una modifica da trattare come un semplice intervento di efficientamento.

Cinque gradi sembrano pochi.
Impiantisticamente possono essere moltissimi.
Un accumulo a 60 °C offre un certo margine rispetto alle dispersioni che avvengono lungo la distribuzione.
Un accumulo a 55 °C riduce quel margine.
Se perdiamo 3 o 4 gradi lungo la rete, la periferia può già scendere attorno a 50 °C.
Se il ricircolo è sbilanciato, alcuni rami possono scendere ulteriormente.
Se una parte dell’impianto viene poco utilizzata, la temperatura può entrare stabilmente nella fascia favorevole alla crescita.
Quindi la risposta non può essere:
“55 °C va bene perché è quasi 60.”
La domanda deve diventare:
“Con 55 °C in accumulo, che temperatura reale mantengo nel punto peggiore dell’impianto per tutte le condizioni di esercizio?”
E, soprattutto, quella temperatura è compatibile con la strategia di controllo adottata?

Il secondo errore: misurare soltanto in mandata

Una rete di ricircolo si giudica molto bene guardando ciò che ritorna.

Immaginiamo un hotel.
Produzione ACS a 60 °C.
Mandata a 56 °C.
Tutto sembra rassicurante.
Poi misuriamo il ritorno e troviamo 46 °C.
La fotografia cambia completamente.
Quel dato suggerisce che una parte della rete sta cedendo troppo calore o che il ricircolo non sta distribuendo correttamente la portata.
Potrebbero esserci:

  • Colonne sbilanciate.
  • Pompe non correttamente dimensionate o regolate.
  • Valvole di bilanciamento non tarate.
  • Tratti di rete sovradimensionati.
  • Coibentazioni insufficienti.
  • Rami scarsamente utilizzati.
  • Miscelazioni indesiderate.
  • Ricircoli locali non funzionanti.

Alzare ulteriormente la centrale potrebbe mascherare momentaneamente il problema.
Abbassarla per risparmiare energia lo renderebbe probabilmente più evidente.
La vera soluzione è comprendere l’idraulica.

Il ritorno non è una formalità

La temperatura di ritorno è uno dei dati più utili per capire se la barriera termica sta davvero raggiungendo la rete.

Le Linee guida 2015 richiedono che alla base di ciascuna colonna di ricircolo non si scenda sotto 50 °C.
Non è quindi sufficiente avere un unico termometro sul ritorno generale.
In una rete complessa, due colonne possono comportarsi in modo completamente diverso.
Una può ritornare a 53 °C.
Un’altra a 45 °C.
La media potrebbe sembrare accettabile.
La seconda colonna, però, rimane critica.
È lo stesso errore che si commette quando si usa la temperatura del boiler per descrivere un impianto di cento camere.
Il dato medio rassicura.
Il punto debole rimane invisibile.

Il D.P.R. 412/1993 e i famosi 48 °C + 5 °C

Qui bisogna essere molto precisi, perché il riferimento viene spesso esteso oltre il proprio campo di applicazione.

L’articolo 5, comma 7, del D.P.R. 26 agosto 1993, n. 412 riguarda gli impianti termici di nuova installazione e quelli sottoposti a ristrutturazione con generatori destinati alla produzione centralizzata di acqua calda per usi igienici e sanitari per una pluralità di utenze di tipo abitativo.
Per tale specifico caso prevede che la temperatura dell’acqua, misurata nel punto di immissione nella rete di distribuzione, non superi 48 °C, con 5 °C di tolleranza.
Il testo dice “48 °C, + 5 °C di tolleranza”.
Non dice che qualsiasi impianto italiano debba necessariamente distribuire acqua a 48 ± 5 °C.
E soprattutto non è corretto utilizzare questo comma come regola universale per hotel, ospedali, RSA, scuole, industrie o qualsiasi altra struttura.
Il campo di applicazione deve essere letto prima del numero.

Ma allora il D.P.R. 412/1993 e le Linee guida Legionella si contraddicono?

I due riferimenti hanno origini, finalità e campi diversi e non possono essere risolti scegliendo il numero che conviene di più.

Il D.P.R. 412/1993 nasce nel quadro del contenimento dei consumi energetici degli impianti termici.
Le Linee guida Legionella 2015 hanno un obiettivo sanitario di prevenzione microbiologica.
Nel caso specifico degli impianti residenziali centralizzati ricadenti nel comma 7 del D.P.R. 412/1993 esiste una fascia progettuale molto stretta da gestire.
L’accumulo può essere mantenuto a temperatura superiore.
La temperatura all’immissione nella distribuzione deve rispettare il requisito applicabile.
Il sistema di ricircolo deve allo stesso tempo evitare che le parti critiche scendano nelle condizioni favorevoli alla proliferazione.
Il rischio di ustione deve essere controllato.
Non è un problema da risolvere aumentando o diminuendo un termostato.
È un problema di progetto, bilanciamento, miscelazione, controllo e manutenzione.

Il punto che cambia tutto: dove avviene la miscelazione?

Miscelare vicino al punto d’uso e miscelare l’intera rete sono due strategie completamente diverse dal punto di vista microbiologico.

Se produciamo acqua a 60 °C e la misceliamo immediatamente in centrale a 42 °C per poi distribuirla in un grande edificio, stiamo trasformando una parte estesa dell’impianto in una rete di acqua tiepida.
Quella temperatura è molto confortevole per l’utente.
Può esserlo anche per Legionella.
Se invece manteniamo la rete principale a una temperatura di controllo e riduciamo la temperatura soltanto in prossimità del terminale, la porzione di impianto contenente acqua miscelata resta molto più corta.
È il motivo per cui le Linee guida 2015, quando esiste rischio di ustione, indicano l’utilizzo di valvole termostatiche di miscelazione in prossimità o sui terminali.
Il documento aggiunge un dettaglio estremamente importante.
Idealmente una TMV non dovrebbe servire più di un rubinetto e la distanza tra valvola e terminale dovrebbe essere inferiore a 2 metri.
Questi pochi metri sono microbiologicamente importanti.
Dopo la valvola l’acqua non è più “calda di controllo”.
È acqua miscelata.

Più sicurezza contro Legionella può significare più rischio di ustione

Una strategia corretta deve controllare entrambi.

Portare acqua ad alta temperatura fino ai punti di distribuzione riduce la possibilità di crescita di Legionella.
Ma aumenta il pericolo di scottature se l’utilizzatore viene esposto direttamente a quella temperatura.
Il rischio è particolarmente importante nei bambini.
Negli anziani.
Nelle persone con ridotta sensibilità.
Nei soggetti con limitazioni motorie o cognitive.
Nelle strutture sanitarie e socio-assistenziali.
L’OMS sottolinea espressamente questo compromesso.
La soluzione non dovrebbe essere trasformare tutta la rete in acqua tiepida.
Dovrebbe essere progettare una protezione antiustione che mantenga la barriera termica dove serve e riduca la temperatura dove avviene l’esposizione.
Le valvole termostatiche sono uno degli strumenti.
Ma anche loro richiedono manutenzione.
Controllo.
Flussaggio.
E una corretta posizione nell’impianto.

La valvola termostatica non è un accessorio

Una TMV mal collocata può creare esattamente il tratto tiepido che volevamo evitare.

Una valvola centralizzata che serve decine di terminali può generare una grande rete a temperatura intermedia.
Una valvola molto distante dal rubinetto lascia metri di acqua miscelata che, durante i periodi di inutilizzo, può raffreddarsi o stagnare.
Una valvola sporca o incrostata può perdere precisione.
Una valvola con filtri ostruiti può alterare il bilanciamento.
Una valvola non manutenuta può diventare un elemento critico sia per il rischio microbiologico sia per quello di ustione.
Per questo il dispositivo non deve essere semplicemente “presente”.
Deve essere coerente con la strategia dell’impianto.

E le pompe di calore?

Sono una grande opportunità energetica, ma non cancellano la microbiologia.

Le pompe di calore sono particolarmente efficienti quando lavorano a temperature di mandata relativamente contenute.
Produrre ACS a 60 o 65 °C può ridurne le prestazioni rispetto a un funzionamento a temperatura inferiore.
A seconda della tecnologia può essere necessario utilizzare:

  • Compressori e refrigeranti adatti alle alte temperature.
  • Una resistenza elettrica di integrazione.
  • Un generatore ausiliario.
  • Un ciclo periodico di innalzamento termico.
  • Un sistema ibrido.
  • Una diversa configurazione dell’accumulo.

Una review peer-reviewed pubblicata nel 2025 su Microorganisms, condotta da ricercatori dell’Health and Safety Executive britannico, ha esaminato proprio il rischio Legionella nei sistemi di produzione di acqua calda con pompa di calore.
La conclusione non è che le pompe di calore siano pericolose.
La conclusione è più interessante.
Il rischio noto dei sistemi di acqua calda si trasferisce anche a queste tecnologie e le evidenze disponibili sull’effettiva applicazione delle misure di controllo sono ancora limitate.
Quindi la pompa di calore non deve essere valutata soltanto attraverso il COP.
Deve essere valutata anche attraverso la temperatura reale che riesce a garantire nell’impianto.

Il ciclo “antilegionella” una volta alla settimana risolve tutto?

Non automaticamente.

Molti sistemi a pompa di calore prevedono una funzione periodica che porta l’accumulo a temperatura elevata.
È una funzione utile.
Ma bisogna capire cosa riscalda realmente.
Se il ciclo porta a 60 °C soltanto la parte alta dell’accumulo, non possiamo automaticamente affermare che l’intero volume sia stato sottoposto allo stesso trattamento.
Se il ricircolo non viene coinvolto, la rete periferica può rimanere a temperatura molto più bassa.
Se le valvole di bilanciamento limitano il passaggio, alcuni rami possono non ricevere acqua sufficientemente calda.
Se il ciclo dura poco, il tempo di esposizione potrebbe non essere equivalente a quello previsto dalla strategia termica adottata.
Se la rete ritorna per i successivi sei giorni a 40-45 °C, il sistema ricrea nuovamente condizioni favorevoli.
Quindi la domanda non è:
“Il programma antilegionella è attivo?”
La domanda è:
“Quale temperatura raggiunge realmente ogni parte critica del sistema, per quanto tempo e con quale frequenza?”

Un ciclo termico non è la stessa cosa della gestione termica continua

È una distinzione fondamentale.

Le Linee guida nazionali utilizzano il mantenimento della temperatura come misura preventiva ordinaria.
Lo shock termico è invece una procedura di bonifica o controllo straordinario con caratteristiche differenti.
Confondere le due cose porta a una falsa equivalenza.
Posso avere un accumulo che raggiunge periodicamente una temperatura elevata.
Ma se la rete passa la maggior parte del tempo nell’intervallo favorevole alla crescita, il ciclo periodico non deve essere considerato automaticamente equivalente al mantenimento continuo delle condizioni di controllo.
Lo stesso CDC sottolinea che la bonifica non elimina le condizioni impiantistiche che hanno favorito la colonizzazione e che, se quelle condizioni restano, la ricolonizzazione è probabile.
Il concetto è semplice.
La disinfezione può ridurre la contaminazione.
La gestione deve impedire che il sistema torni continuamente a favorirla.

Abbassare la temperatura di notte

Sulla carta sembra un risparmio intelligente. In una rete ACS complessa può trasformare il ricircolo in un incubatore tiepido.

Spegnere o ridurre fortemente il ricircolo nelle ore notturne riduce il consumo della pompa e le dispersioni della rete.
Ma produce anche due effetti.
L’acqua si ferma.
E si raffredda.
Sono esattamente due condizioni che la gestione del rischio Legionella cerca normalmente di limitare.
Le Linee guida 2015 parlano di mantenimento costante della temperatura di distribuzione sopra 50°C negli impianti centralizzati che utilizzano la barriera termica.
Il CDC raccomanda, quando possibile, ricircolo continuo dell’acqua calda.
Questo non significa che qualsiasi pompa debba girare sempre alla massima velocità.
Significa che una logica di risparmio basata sul semplice spegnimento notturno deve essere valutata molto attentamente.
Possiamo ottimizzare la portata.
Usare pompe efficienti.
Bilanciare correttamente.
Ridurre le dispersioni.
Ma non dovremmo ottenere il risparmio trasformando per ore la rete in acqua stagnante a temperatura intermedia.

“Ma di notte nessuno usa l’acqua”

È proprio questo il punto.

L’assenza di utilizzo non elimina il rischio microbiologico.
Aumenta il tempo di permanenza.
Un hotel semivuoto.
Una palestra chiusa durante la notte.
Una scuola nel fine settimana.
Un’ala ospedaliera a basso utilizzo.
Una palazzina uffici.
Tutti questi sistemi possono avere periodi molto lunghi senza prelievi significativi.
Se contemporaneamente il ricircolo viene ridotto o spento, la rete può perdere la propria barriera termica.
La gestione energetica deve quindi conoscere i profili d’uso reali.
Non basta conoscere l’orario di apertura dell’edificio.

Il grande equivoco del “50 °C”

Cinquanta gradi non sono una formula magica.

Un termometro che segna 50 °C in un punto non dimostra che l’intero impianto sia microbiologicamente controllato.
A 50 °C Legionella non scompare istantaneamente.
Il controllo termico dipende dal mantenimento della temperatura e dalla sua distribuzione reale.
Le Linee guida utilizzano 50 °C come soglia minima nella distribuzione e 60 °C nell’accumulo proprio per creare una strategia, non per attribuire proprietà disinfettanti assolute a un singolo numero.
Quindi non basta chiedere:
“Arriviamo a 50?”
Bisogna chiedere:
“Dove?”
“Dopo quanto tempo?”
“Per quanto tempo?”
“Con quale stabilità?”
“E cosa succede nelle ore di minor utilizzo?”

Un caso molto comune: accumulo a 60 °C, ritorno a 44 °C

Il problema non è il generatore.

In questo scenario alzare l’accumulo a 65 °C potrebbe aumentare i consumi senza correggere la causa.
Prima bisogna capire perché il ritorno è così freddo.
Possibili cause:

  • Mancato bilanciamento idraulico.
  • Dispersioni termiche elevate.
  • Isolamento deteriorato.
  • Ricircolo insufficiente.
  • Valvole bloccate.
  • Rami aggiunti negli anni senza ricalcolo.
  • Pompa non adeguata.
  • Temperature di miscelazione errate.
  • Percorsi preferenziali che cortocircuitano il ricircolo.

Una buona consulenza energetico-sanitaria non propone subito di aumentare o diminuire la temperatura.
Ricostruisce prima il motivo per cui il sistema non mantiene quella prevista.

Un altro caso: pompa di calore impostata a 48 °C

La macchina lavora bene. Il problema è capire cosa sta facendo la rete.

Immaginiamo una struttura ricettiva con grande accumulo.
Pompa di calore a 48 °C per massimizzare il COP.
Ricircolo a 44 °C.
Camere poco utilizzate.
Docce.
Flessibili.
Terminali con aeratori.
Dal punto di vista energetico l’impianto può essere molto soddisfacente.
Dal punto di vista microbiologico, invece, gran parte della rete si trova stabilmente in una fascia favorevole alla proliferazione.
Dire semplicemente “la pompa di calore è efficiente” non risponde alla domanda sanitaria.
Dire “la pompa di calore è pericolosa” sarebbe altrettanto sbagliato.
Il problema è la configurazione.
La soluzione può richiedere una diversa strategia di accumulo.
Un’integrazione ad alta temperatura.
Un diverso schema di ricircolo.
Una disinfezione alternativa.
Una riduzione dei volumi.
Una gestione più rigorosa dei terminali.
O una combinazione di queste misure.

Quando le temperature indicate dalle Linee guida non possono essere mantenute

Il documento nazionale prevede espressamente questo scenario.

Le Linee guida 2015 stabiliscono che, qualora le temperature di sicurezza non possano essere rispettate a causa di problemi tecnici, deve essere predisposto un sistema di disinfezione alternativo in grado di compensare l’impossibilità di controllare la proliferazione attraverso la temperatura.
Questo passaggio è molto importante per i nuovi sistemi energetici.
Non significa:
“Possiamo lavorare a 40 °C perché abbiamo messo un dosatore.”
Significa che, quando la barriera termica non è tecnicamente praticabile, il rischio deve essere controllato con una strategia alternativa progettata, gestita e verificata.
Un trattamento chimico continuo.
Una diversa tecnologia di disinfezione.
Un insieme di barriere.
Un monitoraggio più intenso.
La scelta dipende dal rischio e dall’impianto.
E soprattutto deve essere dimostrata efficace.

Disinfezione chimica e temperatura non sono due mondi separati

Abbassare la temperatura modifica anche il comportamento dell’intero ecosistema della rete.

Una strategia chimica può consentire di controllare Legionella anche quando non è possibile mantenere ovunque la barriera termica.
Ma il risultato dipende da:

  • Tipo di disinfettante.
  • Concentrazione realmente presente nei punti distali.
  • pH.
  • Temperatura.
  • Domanda di disinfettante.
  • Biofilm.
  • Materiali.
  • Tempo di contatto.
  • Ricircolo.
  • Rami stagnanti.
  • Compatibilità con le apparecchiature.

Quindi non esiste il semplice scambio:
“Tolgo 10 °C e aggiungo un po’ di disinfettante.”
Una misura di controllo alternativa deve essere progettata con la stessa serietà della misura termica.

L’acqua calda sanitaria non deve essere progettata come un impianto di riscaldamento

È un errore concettuale molto frequente.

Nel riscaldamento degli ambienti possiamo abbassare la temperatura di mandata e compensare con terminali più grandi.
Con l’acqua potabile il problema è diverso.
L’acqua viene utilizzata dalle persone.
Resta ferma nelle tubazioni.
Può essere aerosolizzata.
Interagisce con biofilm e materiali.
Può essere ingerita.
La rete è un ambiente microbiologico.
Quindi le logiche di ottimizzazione energetica non possono essere trasferite automaticamente dal circuito chiuso di riscaldamento alla rete ACS.
Il circuito del riscaldamento e la rete sanitaria possono avere la stessa centrale.
Non hanno lo stesso rischio.

Il volume dell’accumulo conta quanto la temperatura

Un serbatoio sovradimensionato può consumare energia e aumentare il tempo di permanenza dell’acqua.

Due problemi in un solo componente.
Se un edificio utilizza 1.000 litri di ACS al giorno ma dispone di una capacità di accumulo enormemente superiore al fabbisogno reale, una parte dell’acqua può avere tempi di permanenza molto lunghi.
Questo aumenta:

  • Le dispersioni termiche.
  • La quantità di acqua che deve essere mantenuta calda.
  • La stratificazione.
  • Le zone a temperatura intermedia.
  • Il tempo di permanenza.

Ridurre correttamente il volume può quindi migliorare contemporaneamente efficienza energetica e sicurezza microbiologica.
Questa è una vera misura “win-win”.
Molto più intelligente che abbassare semplicemente il termostato.

Stratificazione: 60 °C in alto non significa 60 °C nel serbatoio

Il sensore vede un punto. Il batterio può trovarsi altrove.

Gli accumuli stratificano.
L’acqua calda tende a occupare la parte superiore.
L’acqua più fredda rimane nella parte bassa.
La posizione delle sonde.
Gli ingressi dell’acqua fredda.
Le serpentine.
La velocità di prelievo.
Il ricircolo.
La geometria del serbatoio.
Tutto può creare zone con temperature molto differenti.
Per questo il setpoint è un’informazione.
Non è una mappa termica.
Un ciclo di disinfezione deve essere valutato anche rispetto alla capacità di portare a temperatura le zone realmente interessate.

Pompe di calore e accumulo stratificato

La stratificazione può aumentare l’efficienza, ma deve essere compresa anche dal punto di vista sanitario.

Una pompa di calore può sfruttare in modo efficiente un serbatoio stratificato mantenendo temperature diverse nelle varie zone.
Dal punto di vista energetico può essere una strategia eccellente.
Dal punto di vista microbiologico bisogna sapere quanto tempo una parte dell’acqua resta nelle fasce favorevoli alla crescita e quale percorso segue prima dell’erogazione.
Non è necessario demonizzare la stratificazione.
È necessario conoscerla.
La progettazione moderna deve passare da “temperatura del serbatoio” a “profilo termico e idraulico del serbatoio”.

Produzione istantanea: meno accumulo significa automaticamente meno rischio?

Può ridurre alcuni fattori di rischio, ma non elimina la rete.

Un sistema di produzione istantanea evita o riduce il volume di acqua potabile mantenuto in accumulo.
Questo può diminuire il tempo di permanenza in centrale.
Ma se a valle esiste una grande rete di distribuzione con ricircolo insufficiente, rami morti e terminali poco utilizzati, il problema rimane.
La produzione è soltanto uno dei segmenti del sistema.
La Legionella può colonizzare la rete anche quando il generatore è progettato molto bene.
Ancora una volta:
dato → impianto → rischio.
Non componente → conclusione.

La coibentazione è una misura sanitaria oltre che energetica

Un tubo ben isolato disperde meno energia e mantiene più stabile la barriera termica.

Qui efficienza energetica e prevenzione microbiologica vanno nella stessa direzione.
Una rete ACS con coibentazione deteriorata perde calore.
Richiede più energia.
Abbassa la temperatura di ritorno.
Può portare rami periferici sotto la soglia di controllo.
Una rete di acqua fredda vicina a tubazioni calde, invece, può riscaldarsi.
Anche questo è un problema Legionella.
Quindi investire in isolamento corretto non significa soltanto ridurre la bolletta.
Significa migliorare la separazione termica tra ACS e AFS e rendere più prevedibile il comportamento microbiologico dell’impianto.

Risparmiare sul bilanciamento significa spesso spendere in temperatura

Se il ricircolo è sbilanciato, la centrale viene costretta a compensare un difetto idraulico.

Una colonna riceve troppa portata.
Un’altra troppo poca.
Per mantenere almeno 50 °C nel ramo peggiore si aumenta la temperatura di mandata.
Il ramo favorito torna molto caldo.
Quello sfavorito resta appena sufficiente.
Il risultato è:

  • Più consumo.
  • Più dispersioni.
  • Maggiore rischio di ustione.
  • Peggiore uniformità.
  • Maggiore stress sui materiali.
  • Nessuna garanzia che il punto critico sia realmente controllato.

Un buon bilanciamento può ridurre l’energia necessaria a mantenere le condizioni microbiologiche.
È uno dei casi in cui il vero intervento di efficientamento non è abbassare la temperatura.
È far circolare l’acqua dove deve circolare.

Il ricircolo non deve essere “più forte”

Deve essere corretto.

Aumentare indiscriminatamente la portata della pompa può creare rumore.
Erosione.
Consumi elettrici.
Squilibri.
Velocità eccessive.
Il dimensionamento deve garantire la portata necessaria a compensare le dispersioni della rete e mantenere il profilo termico previsto.
Non è quindi:
“Pompa al massimo = sicurezza.”
È:
“Portate corrette in tutti i rami = rete controllabile.”
La UNI 9182:2014, tuttora in vigore, rappresenta uno dei riferimenti tecnici italiani per il dimensionamento delle reti di distribuzione e ricircolo dell’ACS e deve essere letta insieme alla serie UNI EN 806.

Le norme tecniche che entrano nel ragionamento

Non sono leggi, ma sono riferimenti importanti per progettare ed esercire correttamente gli impianti.

Tra i principali riferimenti tecnici attualmente in vigore troviamo:

  • UNI 9182:2014, per criteri di dimensionamento delle reti di distribuzione, produzione e ricircolo dell’ACS.
  • UNI EN 806-2:2008, relativa alla progettazione degli impianti per acque destinate al consumo umano.
  • UNI EN 806-5:2012, relativa a esercizio e manutenzione.
  • UNI CEN/TR 16355:2012, rapporto tecnico dedicato alle condizioni di crescita di Legionella e alle raccomandazioni per prevenirla negli impianti di acqua potabile.

Questi documenti non devono essere citati come se fossero disposizioni legislative.
Hanno però un peso tecnico importante nel definire progettazione, gestione e regola dell’arte.

Il D.Lgs. 18/2023 e il D.Lgs. 102/2025

La sicurezza dell’acqua negli edifici oggi è inserita in un quadro normativo basato sul rischio.

Il D.Lgs. 18/2023, come modificato e integrato dal D.Lgs. 102/2025, disciplina la qualità delle acque destinate al consumo umano e attribuisce rilievo anche ai sistemi di distribuzione interni.
Il decreto identifica Legionella tra i parametri pertinenti per la valutazione e gestione del rischio dei sistemi di distribuzione interni.
Per gli edifici prioritari il quadro introduce specifici obblighi di valutazione e gestione del rischio.
Il Rapporto ISTISAN 22/32 fornisce il riferimento tecnico centrale per leggere questi obblighi e per valutare i rischi negli edifici prioritari e non prioritari.
Il punto importante per il nostro tema è questo.
La temperatura non deve essere gestita come una preferenza del manutentore o dell’energy manager.
È una misura di controllo che deve essere coerente con la valutazione del rischio.

Il valore di Legionella nella normativa non sostituisce la gestione della temperatura

Un campione sotto il valore di parametro non autorizza automaticamente ad abbassare il termostato.

Il D.Lgs. 18/2023 introduce per Legionella un valore di parametro inferiore a 1.000 UFC/L ai fini della valutazione e gestione del rischio dei sistemi interni.
La stessa norma precisa che azioni possono essere considerate anche al di sotto del valore, in particolare in presenza di infezioni o focolai.
Questo conferma un principio essenziale.
Il dato microbiologico non è un’autorizzazione permanente.
Un risultato favorevole oggi non dimostra che una modifica dell’impianto domani manterrà il rischio sotto controllo.
Se abbassiamo la temperatura, modifichiamo una barriera.
La modifica deve essere valutata prima.
Non giustificata retrospettivamente da un campione negativo.

“Abbiamo fatto le analisi ed era tutto negativo”

È una frase che non risponde alla domanda energetico-sanitaria.

Un campionamento descrive punti e momenti specifici.
La temperatura, invece, agisce tutti i giorni e tutte le ore.
Un impianto può essere negativo al momento del campionamento e successivamente sviluppare condizioni favorevoli.
Oppure può avere colonizzazioni localizzate non intercettate dai punti scelti.
Il monitoraggio microbiologico è importante.
Ma non sostituisce il controllo dei parametri operativi.
Temperatura.
Portata.
Ricircolo.
Utilizzo.
Disinfettante residuo, quando pertinente.
Sono dati che permettono di capire se la barriera funziona continuamente.

Il dato più importante spesso costa pochissimo

Un termometro ben usato può raccontare molto più di una discussione teorica.

Una verifica professionale dovrebbe ricostruire almeno:

  • Temperatura reale dell’accumulo.
  • Temperatura di uscita dalla produzione.
  • Temperatura della mandata.
  • Temperatura del ritorno generale.
  • Temperature dei ritorni delle colonne significative.
  • Tempo necessario a raggiungere una temperatura stabile nei terminali.
  • Temperatura dei terminali più distali e meno utilizzati.
  • Temperatura dell’acqua fredda.
  • Orari di funzionamento del ricircolo.
  • Profili di occupazione e utilizzo.
  • Eventuali cicli ad alta temperatura.
  • Presenza e posizione delle TMV.
  • Eventuali sistemi di disinfezione alternativi.

Solo dopo possiamo discutere seriamente se esista margine per abbassare la temperatura.

Quanto possiamo abbassarla, quindi?

Non esiste una risposta universale espressa con un solo numero.

Se l’impianto centralizzato utilizza la temperatura come principale misura preventiva contro Legionella, abbassare il sistema sotto le condizioni indicate dalle Linee guida 2015 significa ridurre quella barriera.
In quel contesto la domanda “posso impostare 50 invece di 60?” è tecnicamente mal posta.
Dobbiamo sapere:

  • Dove si trova il sensore.
  • Se esiste accumulo.
  • Qual è la temperatura della distribuzione.
  • Qual è il ritorno.
  • Quanto perde la rete.
  • Se il ricircolo è continuo e bilanciato.
  • Se esistono utenze vulnerabili.
  • Quale temperatura arriva prima delle TMV.
  • Se è presente un sistema di disinfezione alternativo.
  • Quali sono i risultati del monitoraggio.

La risposta può essere diversa tra un appartamento con produzione istantanea e un hotel di 250 camere.
Tra una palestra e una RSA.
Tra una scuola e un’industria.
Tra un edificio con rete corta e uno con chilometri di tubazioni interne.
La temperatura corretta appartiene all’impianto.
Non al catalogo del generatore.

Un hotel con camere vuote

Abbassare la temperatura può essere particolarmente rischioso quando anche il consumo diminuisce.

Le camere non occupate utilizzano poca acqua.
Il ricambio è ridotto.
I rami terminali stagnano.
Il ricircolo può non raggiungere perfettamente tutte le porzioni.
Se contemporaneamente abbassiamo la temperatura per “adeguarla all’occupazione”, sommiamo due fattori:
meno movimento.
meno barriera termica.
È il classico esempio di misura energetica che deve essere preceduta dalla valutazione del rischio.
Ridurre i consumi quando l’hotel è vuoto è corretto.
Farlo raffreddando una rete piena di acqua stagnante può non esserlo.

Una RSA o una struttura sanitaria

Qui il compromesso è ancora più delicato.

Gli utilizzatori possono essere più vulnerabili alla legionellosi.
Allo stesso tempo possono essere più vulnerabili alle ustioni.
Quindi non possiamo risolvere il primo rischio ignorando il secondo.
La soluzione progettuale tende a richiedere:

  • Controllo rigoroso della temperatura a monte.
  • Miscelazione termostatica il più vicino possibile ai punti di utilizzo.
  • Manutenzione delle TMV.
  • Controllo dei rami dopo miscelazione.
  • Ricircolo correttamente bilanciato.
  • Monitoraggio più strutturato.
  • Gestione dei terminali poco utilizzati.
  • Piano di risposta alle deviazioni.

La buona progettazione non sceglie tra ustione e Legionella.
Costruisce due barriere diverse per due rischi diversi.

Un condominio centralizzato

Qui bisogna evitare due semplificazioni opposte.

La prima:
“Il D.P.R. 412 dice 48 °C, quindi dobbiamo tenere tutto l’impianto a 48.”
Non è ciò che dice il comma 7.
La seconda:
“Le Linee guida Legionella dicono 60 °C, quindi dobbiamo distribuire 60 °C direttamente ai rubinetti.”
Nemmeno questa è una corretta lettura.
L’accumulo.
Il punto di immissione.
La distribuzione.
Il ricircolo.
La protezione antiustione.
Sono livelli differenti.
In un impianto residenziale centralizzato nuovo o ristrutturato ricadente nel D.P.R. 412/1993 questi livelli devono essere coordinati progettualmente.
È uno dei casi in cui l’installatore, il progettista, il gestore dell’impianto e chi valuta il rischio idrico devono parlare tra loro prima di cambiare una taratura.

L’energy manager non dovrebbe decidere da solo la temperatura dell’ACS

E nemmeno il consulente Legionella dovrebbe ignorare la bolletta energetica.

La decisione corretta è multidisciplinare.
L’energy manager conosce consumi e curve di carico.
Il progettista conosce capacità e limiti dell’impianto.
Il manutentore conosce il comportamento reale delle apparecchiature.
Il GIDI deve garantire la gestione della distribuzione interna secondo il quadro applicabile.
Il consulente sul rischio idrico deve interpretare l’effetto delle modifiche sulle barriere di controllo.
Nelle strutture complesse queste competenze devono convergere.
Un obiettivo energetico imposto senza valutazione sanitaria può creare un rischio.
Una temperatura molto alta mantenuta senza verificare bilanciamento e dispersioni può invece sprecare energia senza garantire il controllo periferico.

Prima di abbassare la temperatura: cosa verificare

Questa è la vera checklist professionale.

  • Identificare il campo normativo e la tipologia di edificio.
  • Verificare se l’impianto utilizza la temperatura come barriera primaria di controllo Legionella.
  • Ricostruire lo schema di produzione, accumulo, distribuzione e ricircolo.
  • Misurare le temperature reali, non soltanto i setpoint.
  • Individuare il ramo termicamente più sfavorito.
  • Verificare il bilanciamento del ricircolo.
  • Controllare la coibentazione.
  • Valutare volume e turnover degli accumuli.
  • Individuare tutte le TMV e la lunghezza dei tratti a valle.
  • Verificare i profili di utilizzo e le zone a basso consumo.
  • Considerare la vulnerabilità degli utilizzatori.
  • Analizzare lo storico Legionella e le criticità pregresse.
  • Valutare eventuali sistemi di disinfezione alternativi.
  • Quantificare il reale beneficio energetico atteso.
  • Definire criteri di accettazione prima della modifica.
  • Prevedere un monitoraggio rafforzato dopo la modifica.

La sequenza è importante.
Prima comprendiamo.
Poi modifichiamo.
Poi verifichiamo.

Dopo la modifica bisogna dimostrare che il sistema è rimasto sotto controllo

L’efficienza energetica non si valida con la speranza e nemmeno la sicurezza microbiologica.

Se una struttura decide, dopo valutazione tecnica, di modificare la temperatura di esercizio, deve stabilire in anticipo cosa controllerà.
Possibili indicatori:

  • Temperature di accumulo.
  • Mandata e ritorno.
  • Temperature delle colonne.
  • Stabilizzazione ai terminali.
  • Funzionamento dei cicli termici.
  • Residuo di disinfettante, se previsto dalla strategia.
  • Frequenza dei flussaggi.
  • Consumi e tempi di permanenza.
  • Risultati microbiologici nei punti pertinenti.

Se i parametri si spostano fuori dai criteri definiti, la modifica deve essere rivalutata.
Questa è gestione del rischio.
Non abbassare una temperatura e aspettare il prossimo campionamento.

Dove possiamo risparmiare senza indebolire la barriera sanitaria

Molti impianti hanno margini energetici migliori della semplice riduzione della temperatura.

Possiamo lavorare su:

  • Coibentazione di accumuli e tubazioni.
  • Bilanciamento idraulico del ricircolo.
  • Pompe ad alta efficienza correttamente regolate.
  • Riduzione dei volumi di accumulo sovradimensionati.
  • Eliminazione di rami inutilizzati.
  • Riduzione delle lunghezze distributive nei nuovi progetti.
  • Miglioramento della stratificazione quando compatibile con la strategia sanitaria.
  • Recupero di calore.
  • Produzione istantanea o semi-istantanea quando tecnicamente adatta.
  • Migliore programmazione delle fonti energetiche.
  • Riduzione delle dispersioni nei locali tecnici.
  • Manutenzione delle valvole di bilanciamento.
  • Correzione delle miscelazioni indesiderate.
  • Uso di pompe di calore idonee alle temperature richieste.

Queste misure possono produrre risparmio senza trasformare l’acqua calda in una rete tiepida.

Il vero falso risparmio

Abbassare la temperatura per compensare un impianto inefficiente.

Se la rete perde troppo calore, abbassare il boiler non corregge la dispersione.
Se il ricircolo è sbilanciato, ridurre la temperatura non corregge il bilanciamento.
Se l’accumulo è sovradimensionato, abbassarlo non riduce il tempo di permanenza.
Se una pompa lavora male, cambiare il setpoint non sostituisce la progettazione.
Se le camere sono inutilizzate, abbassare la temperatura non risolve la stagnazione.
In questi casi il risparmio è ottenuto indebolendo una barriera invece di correggere una inefficienza.
È la definizione perfetta di falsa economia.

“Ma abbiamo sempre lavorato a 45 °C e non è mai successo niente”

Il passato è un dato. Non è una validazione microbiologica.

La colonizzazione da Legionella dipende da molte condizioni.
Un impianto può rimanere per anni senza casi riconosciuti.
Può risultare negativo in alcuni campionamenti.
Può poi modificarsi.
Invecchiamento.
Biofilm.
Occupazione.
Temperature esterne.
Riduzione dei consumi.
Lavori.
Nuovi rami.
Cambio del generatore.
Tutto può modificare il sistema.
La decisione sulla temperatura deve quindi basarsi sulle condizioni attuali e sulla valutazione del rischio.
Non sull’assenza storica di problemi percepiti.

“Se alzo molto la temperatura sono sicuramente al sicuro”

Nemmeno questo è vero.

Temperature elevate sono una barriera importante.
Ma non correggono:

  • Rami morti.
  • Ricircoli inesistenti.
  • Terminali mai utilizzati.
  • TMV mal mantenute.
  • Serbatoi con depositi.
  • Zone non raggiunte dalla temperatura.
  • Biofilm strutturato.
  • Errori di campionamento.
  • Reti di acqua fredda surriscaldate.

Inoltre aumentano:

  • Consumi.
  • Dispersioni.
  • Rischio ustioni.
  • Stress sui materiali.
  • Potenziale precipitazione di carbonati in acque dure.

L’obiettivo non è avere l’acqua più calda possibile.
È mantenere un sistema sotto controllo con il minimo costo energetico compatibile con la sicurezza.

“Quindi 60 °C è obbligatorio per legge in ogni edificio?”

No.

Questa formulazione sarebbe troppo generica.
Il D.Lgs. 18/2023 e il D.Lgs. 102/2025 costruiscono un quadro di sicurezza dell’acqua e gestione del rischio.
Le temperature operative specifiche per la prevenzione Legionella derivano soprattutto dalle Linee guida nazionali 2015 e dai riferimenti tecnici applicabili.
Il campo di applicazione cambia in funzione dell’edificio.
Della tipologia di impianto.
Della valutazione del rischio.
Della popolazione esposta.
Delle misure alternative eventualmente adottate.
Dire “la legge impone sempre 60 °C” semplifica troppo.
Dire “60 °C è soltanto un consiglio inutile” è ancora peggio.
Il consulente deve conoscere rango e funzione di ogni riferimento.

“Quindi posso lavorare a 45 °C se uso un biocida?”

Non come regola automatica.

Le Linee guida ammettono sistemi di disinfezione alternativi quando le temperature di sicurezza non possono essere rispettate.
Ma una strategia alternativa deve essere:

  • Progettata.
  • Compatibile con materiali e utilizzi.
  • Dosata correttamente.
  • Raggiungere i punti distali.
  • Monitorata.
  • Verificata microbiologicamente.
  • Inserita nella valutazione e gestione del rischio.

Il biocida non è una licenza per ignorare idraulica, stagnazione e biofilm.

“La pompa di calore è quindi sconsigliata negli hotel?”

No.

La tecnologia non è il problema.
Il progetto può esserlo.
Una pompa di calore può essere perfettamente integrata in un sistema sicuro.
Può utilizzare cicli ad alta temperatura.
Integrazioni elettriche.
Sistemi ibridi.
Accumuli progettati correttamente.
Produzione istantanea.
Strategie di disinfezione alternative.
Controlli intelligenti.
Il punto è evitare che la ricerca del massimo COP porti a stabilizzare un grande sistema idrico proprio nell’intervallo più favorevole alla proliferazione.
Efficienza della macchina e sicurezza dell’acqua devono essere ottimizzate insieme.

Un indicatore molto utile: temperatura per energia utile realmente erogata

Non dobbiamo confondere temperatura alta con buona efficienza né temperatura bassa con buon progetto.

Due edifici possono avere lo stesso setpoint.
Il primo ha:
rete corta.
coibentazione eccellente.
ricircolo bilanciato.
accumulo corretto.
ritorno a 52 °C.
Il secondo ha:
rete enorme.
coibentazione scarsa.
ritorno a 44 °C.
rami stagnanti.
Il primo può consumare meno pur mantenendo una migliore barriera termica.
Questo dimostra che il vero obiettivo energetico è ridurre le perdite inutili.
Non ridurre indiscriminatamente il livello di sicurezza.

Dato → impianto → rischio → responsabilità

Anche questo problema va letto con il metodo che utilizziamo ormai in tutta la gestione dell’acqua.

Dato:
accumulo 58 °C.
ritorno 45 °C.
Impianto:
ricircolo esteso, due colonne poco alimentate e coibentazione deteriorata.
Rischio:
ampie porzioni della rete possono permanere sotto la temperatura di controllo indicata dalle Linee guida.
Responsabilità:
non basta modificare il setpoint.
Occorre correggere la distribuzione, verificare le misure di gestione e documentare il risultato.
Altro esempio.
Dato:
pompa di calore a 50 °C con ciclo settimanale a 60 °C.
Impianto:
grande accumulo e rete ricircolata.
Rischio:
il ciclo può non rappresentare termicamente tutta la rete.
Responsabilità:
verificare temperature raggiunte, durata, copertura, ritorni e punti distali prima di considerare il ciclo una barriera efficace.
Il dato diventa utile solo quando viene collegato al sistema.

Chi deve decidere?

Nei sistemi complessi la temperatura dell’ACS non dovrebbe essere modificata con una decisione isolata.

Devono essere coinvolti, in funzione della struttura:

  • Gestore della distribuzione idrica interna.
  • Responsabile della struttura.
  • Progettista.
  • Manutentore.
  • Energy manager o responsabile energia.
  • Consulente per la valutazione del rischio idrico e Legionella.
  • Responsabili sanitari, quando presenti.
  • Responsabile del servizio di prevenzione e protezione, quando pertinente.

I ruoli giuridici e contrattuali possono variare.
Il principio tecnico no.
Chi modifica una misura di controllo deve sapere quale rischio quella misura stava controllando.

Una modifica energetica deve entrare nella valutazione del rischio

Cambiare temperatura non è soltanto cambiare un parametro di centrale.

Se la temperatura costituisce una barriera contro Legionella, ridurla modifica il sistema di controllo.
In un edificio prioritario questo aspetto deve essere coerente con la valutazione e gestione del rischio prevista dal D.Lgs. 18/2023 e s.m.i.
Negli altri edifici resta comunque una modifica tecnica potenzialmente significativa della gestione dell’impianto.
Il principio di buona pratica è semplice.
Prima della modifica:
valutazione.
Durante:
misure controllate.
Dopo:
verifica.
E tutto deve essere tracciabile.

La domanda finale: quanto possiamo abbassare la temperatura?

Quanto consente il sistema senza perdere il controllo del rischio. E questo valore non si decide davanti al display.

In un grande impianto centralizzato che utilizza il controllo termico contro Legionella, il riferimento tecnico nazionale resta molto chiaro:
accumulo almeno a 60 °C.
distribuzione mantenuta sopra 50 °C.
ritorni delle colonne non sotto 50 °C.
Se queste condizioni non possono essere rispettate, la stessa Linea guida indica la necessità di una strategia alternativa di disinfezione.
Quindi abbassare la temperatura è possibile soltanto quando l’intero progetto di sicurezza viene ripensato e verificato.
Non quando qualcuno decide che 45 °C “dovrebbero bastare”.
La vera ottimizzazione energetica non consiste nel trovare la temperatura minima sopportabile dal rischio.
Consiste nel progettare un impianto che disperda poco, ricircoli bene, accumuli il giusto, utilizzi la tecnologia più efficiente e mantenga contemporaneamente condizioni microbiologiche controllate.

Conclusione

Risparmiare energia è un obiettivo corretto. Risparmiare sulla barriera sanitaria è un’altra cosa.

La transizione verso pompe di calore e sistemi più efficienti renderà sempre più frequente la richiesta di ridurre le temperature dell’acqua calda sanitaria.
È una richiesta legittima.
Ma deve essere affrontata con competenza.
La Legionella non è un argomento contro l’efficienza energetica.
E l’efficienza energetica non è un argomento per ignorare la Legionella.
Il problema nasce quando le due discipline lavorano separatamente.
Da una parte chi guarda soltanto il COP.
Dall’altra chi chiede soltanto di alzare il termostato.
In mezzo c’è l’impianto reale.
Con le sue perdite.
I suoi rami.
I suoi accumuli.
Le sue valvole.
Le sue camere vuote.
Le sue temperature di ritorno.
E le persone che utilizzano l’acqua.
Per questo, davanti alla domanda:
“Possiamo abbassare la temperatura?”
la risposta professionale non dovrebbe essere immediatamente sì.
E non dovrebbe essere immediatamente no.
Dovrebbe essere:
“Vediamo cosa succede nell’intera rete.”
Perché il miglior impianto non è quello che produce l’acqua più calda.
E non è neppure quello che consuma meno in assoluto.
È quello che raggiunge il miglior equilibrio possibile tra energia, comfort, sicurezza contro le ustioni e controllo microbiologico.
Con una condizione non negoziabile.
Che il risparmio sia dimostrabile.
E che anche la sicurezza lo sia.

Riferimenti normativi, tecnici e scientifici

  • Direttiva (UE) 2020/2184 del Parlamento europeo e del Consiglio, concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano.
  • D.Lgs. 23 febbraio 2023, n. 18, attuazione della Direttiva (UE) 2020/2184.
  • D.Lgs. 19 giugno 2025, n. 102, disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 18/2023.
  • D.P.R. 26 agosto 1993, n. 412, art. 5, comma 7, requisiti degli impianti centralizzati di produzione ACS per pluralità di utenze abitative nel relativo campo di applicazione.
  • Conferenza Stato-Regioni, 7 maggio 2015, Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi, Ministero della Salute.
  • Istituto Superiore di Sanità, Rapporto ISTISAN 22/32, Linee guida per la valutazione e la gestione del rischio per la sicurezza dell’acqua nei sistemi di distribuzione interni degli edifici prioritari e non prioritari.
  • UNI 9182:2014, Impianti di alimentazione e distribuzione d’acqua fredda e calda – Progettazione, installazione e collaudo.
  • UNI EN 806-2:2008, Specifiche relative agli impianti all’interno di edifici per il convogliamento di acque destinate al consumo umano – Progettazione.
  • UNI EN 806-5:2012, Specifiche relative agli impianti all’interno di edifici per il convogliamento di acque destinate al consumo umano – Esercizio e manutenzione.
  • UNI CEN/TR 16355:2012, Raccomandazioni per la prevenzione della crescita di Legionella negli impianti di acqua potabile.
  • World Health Organization, Legionellosis, fact sheet, indicazioni di controllo delle temperature nei sistemi di acqua calda e fredda.
  • World Health Organization, Guidelines for drinking-water quality e documentazione tecnica sulla prevenzione della legionellosi nei sistemi idrici degli edifici.
  • Centers for Disease Control and Prevention, Controlling Legionella in Potable Water Systems e Monitoring Building Water.
  • Brookes J., Senior H., Gosling R.J., Smith D., Wade M., Legionella in Hot Water Heat Pump (HWHP) Systems, Microorganisms, 2025, 13(5), 1134.
  • Yao X.H. et al., A review of Legionella transmission risk in built environments, 2024.
  • International Energy Agency, Heat Pump Monitor 2026 e documentazione tecnica sulle pompe di calore negli edifici.

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