Sottoprodotti della disinfezione: quando controllare il rischio microbiologico significa gestire anche quello chimico

Cloro, biossido di cloro, ozono, trialometani, acidi aloacetici, clorito, clorato e bromato: perché disinfettare bene non significa semplicemente usare più disinfettante.

La frase sembra quasi un paradosso.
Per rendere l’acqua microbiologicamente più sicura utilizziamo un disinfettante.
Poi scopriamo che proprio quel trattamento può generare nuove sostanze chimiche che devono essere controllate.
È uno dei migliori esempi di come la gestione dell’acqua non possa essere ridotta a una sola domanda.
“C’è abbastanza cloro?”
Non basta.
“Ci sono batteri?”
Non basta.
“Il parametro chimico è sotto il limite?”
Nemmeno questo, da solo, basta.
Una corretta gestione deve tenere contemporaneamente sotto controllo il rischio microbiologico e quello chimico.
La disinfezione ha rappresentato uno dei passaggi più importanti nella storia della sanità pubblica.
Ridurre la trasmissione di patogeni attraverso l’acqua ha salvato e continua a salvare un numero enorme di vite.
Ma un disinfettante non scompare magicamente dopo avere svolto il proprio lavoro.
Reagisce.
Con la sostanza organica naturale.
Con bromuri e ioduri.
Con ammoniaca.
Con biofilm e depositi.
Con altri composti presenti nell’acqua.
E da queste reazioni possono nascere i cosiddetti sottoprodotti della disinfezione, spesso indicati con l’acronimo inglese DBP, Disinfection By-Products.
La corretta domanda, quindi, non è se disinfettare o non disinfettare.
È come ottenere l’efficacia microbiologica necessaria producendo la minore quantità ragionevolmente possibile di sottoprodotti.
Ed è esattamente questo il principio espresso dalla normativa europea e italiana.

La regola fondamentale è già scritta nella normativa

I sottoprodotti devono essere mantenuti al livello più basso possibile, ma senza compromettere la disinfezione.

La Direttiva (UE) 2020/2184 stabilisce, nell’ambito della valutazione e gestione del rischio del sistema di fornitura, che quando la disinfezione fa parte del processo di preparazione o distribuzione dell’acqua deve essere verificata la sua efficacia.
Allo stesso tempo, la contaminazione dovuta ai sottoprodotti della disinfezione deve essere mantenuta al livello più basso possibile senza compromettere la disinfezione stessa.
Questa frase merita attenzione.
Non dice:
“Ridurre sempre il disinfettante.”
Non dice:
“Eliminare tutti i sottoprodotti a qualsiasi costo.”
Non dice:
“Privilegiare il rischio chimico rispetto a quello microbiologico.”
Dice che le due dimensioni devono essere gestite insieme.
Il D.Lgs. 18/2023, come modificato e integrato dal D.Lgs. 102/2025, recepisce questo approccio risk-based e definisce valori di parametro specifici per diversi sottoprodotti.
Nel 2026 alcuni di questi parametri hanno assunto piena operatività nel quadro dei controlli.
Il punto giuridico e tecnico è quindi chiarissimo.
Una disinfezione inefficace non diventa accettabile perché produce pochi sottoprodotti.
Una disinfezione eccessiva o mal gestita non diventa corretta soltanto perché elimina la contaminazione microbiologica.

Cosa sono davvero i sottoprodotti della disinfezione?

Non sono semplicemente “residui di cloro”.

Questa distinzione è fondamentale.
Quando aggiungiamo un disinfettante all’acqua, una parte reagisce con i microrganismi e con le sostanze presenti.
Il prodotto della reazione può essere completamente diverso dal reagente iniziale.
Con la clorazione, per esempio, la reazione del cloro con la sostanza organica naturale può formare trialometani e acidi aloacetici.
Con il biossido di cloro possono formarsi soprattutto clorito e clorato.
Con l’ozono, in presenza di bromuro, può formarsi bromato.
Con le clorammine possono formarsi famiglie di sottoprodotti differenti rispetto a quelle prevalenti nella clorazione libera.
Non tutti i DBP hanno la stessa tossicologia.
Non tutti sono regolati.
Non tutti si formano nelle stesse condizioni.
Non tutti hanno la stessa volatilità.
Non tutti si rimuovono con gli stessi trattamenti.
Parlare genericamente di “sottoprodotti” senza conoscere il processo che li genera è quindi poco utile.

Un fatto poco conosciuto: in Italia il limite dei trialometani è più restrittivo di quello europeo

La Direttiva europea stabilisce 100 µg/L per i trialometani totali. Il D.Lgs. 18/2023 italiano ha adottato 30 µg/L.

È una differenza molto significativa.
I trialometani totali, THM, sono la somma di quattro composti:

  • Cloroformio.
  • Bromoformio.
  • Dibromoclorometano.
  • Bromodiclorometano.

Nel quadro italiano vigente il valore di parametro per la somma è pari a 30 µg/L.
Questo rende il controllo dei THM particolarmente rilevante soprattutto nei sistemi in cui la clorazione incontra acque ricche di precursori organici, tempi di contatto lunghi o temperature elevate.
La stessa acqua può lasciare l’impianto di trattamento con un certo valore e arrivare più avanti nella rete con una concentrazione differente.
Perché le reazioni possono continuare anche durante la distribuzione.

I principali valori di parametro oggi rilevanti

Il quadro italiano non controlla un solo “DBP”, ma famiglie e composti differenti.

Nel D.Lgs. 18/2023 e s.m.i. troviamo, tra i principali parametri collegati alla disinfezione:

  • Trialometani totali: 30 µg/L.
  • Acidi aloacetici, HAA5: 60 µg/L.
  • Bromato: 10 µg/L.
  • Clorato: 0,25 mg/L come valore generale.
  • Clorito: 0,25 mg/L come valore generale.

Per clorato e clorito il quadro normativo prevede un valore di 0,70 mg/L quando si utilizza un metodo di disinfezione che genera tali sostanze, in particolare il biossido di cloro.
La norma specifica inoltre che, ove possibile, devono essere perseguiti valori inferiori senza compromettere la disinfezione.
Gli acidi aloacetici sono rappresentati dalla somma di cinque sostanze:

  • Acido monocloroacetico.
  • Acido dicloroacetico.
  • Acido tricloroacetico.
  • Acido monobromoacetico.
  • Acido dibromoacetico.

Dal 13 gennaio 2026 il controllo di clorato e acidi aloacetici rientra pienamente tra gli obblighi previsti dal quadro transitorio aggiornato dal D.Lgs. 102/2025.
Questo rende il tema molto più attuale rispetto a pochi anni fa.

ParametroValoreNota operativa
Trialometani totali30 µg/LSomma di cloroformio, bromoformio, dibromoclorometano e bromodiclorometano
Acidi aloacetici (HAA5)60 µg/LSomma di 5 acidi rappresentativi; controllo pertinente ai metodi che possono generarli
Bromato10 µg/LParticolarmente pertinente, tra l’altro, ai processi di ozonizzazione in presenza di bromuro
Clorato0,25 mg/L0,70 mg/L quando il metodo di disinfezione genera clorato, in particolare con biossido di cloro
Clorito0,25 mg/L0,70 mg/L quando il metodo di disinfezione genera clorito, in particolare con biossido di cloro

Valori riportati secondo il D.Lgs. 18/2023 e s.m.i.; l’applicabilità e il monitoraggio vanno sempre letti nel contesto del metodo di trattamento utilizzato.

Perché si formano i trialometani?

Il cloro non lavora nel vuoto.

Quando il cloro entra in contatto con sostanza organica naturale presente nell’acqua, partecipa a numerose reazioni.
Acidi umici e fulvici.
Materiale derivante da vegetazione.
Prodotti della degradazione biologica.
Sostanza organica disciolta.
Tutto questo può rappresentare un insieme di precursori.
La quantità e la tipologia dei THM formati dipendono da diversi fattori:

  • Quantità e caratteristiche della sostanza organica naturale.
  • Dose di cloro.
  • Tempo di contatto.
  • Temperatura.
  • pH.
  • Presenza di bromuro.
  • Punto in cui avviene la clorazione.
  • Trattamenti effettuati prima della disinfezione.

L’aumento della temperatura tende spesso ad accelerare le reazioni.
Tempi di permanenza maggiori possono consentire ulteriore formazione.
La presenza di bromuro può spostare la composizione verso sottoprodotti bromurati.
Questo spiega perché la gestione dei DBP cominci molto prima del dosaggio del disinfettante.

Prima rimuovere i precursori, poi chiedere al disinfettante di fare il suo lavoro

Una buona potabilizzazione non utilizza il cloro per correggere tutto ciò che è stato lasciato nell’acqua.

Se l’acqua contiene molta sostanza organica, una strategia intelligente è ridurre il più possibile i precursori prima della disinfezione finale.
Coagulazione.
Flocculazione.
Filtrazione.
Carbone attivo.
Processi di ossidazione.
Scelta del punto di dosaggio.
Sono tutti strumenti che possono modificare il potenziale di formazione dei sottoprodotti.
L’approccio corretto è multibarriera.
Un’acqua ben preparata richiede al disinfettante di svolgere un compito più preciso.
Un’acqua caricata di sostanza organica costringe il disinfettante a reagire con moltissimo materiale che non è il bersaglio microbiologico.
Il risultato può essere una maggiore domanda di disinfettante e una maggiore formazione di DBP.

Più cloro non significa automaticamente più sicurezza

Dopo un certo punto può significare soltanto più reazioni chimiche.

È una delle semplificazioni più diffuse.
Se l’acqua è microbiologicamente critica, si tende a ragionare:
“Mettiamo più prodotto.”
Ma una disinfezione dipende dal rapporto tra concentrazione, tempo di contatto, pH, temperatura, domanda dell’acqua e sensibilità dei microrganismi.
Aumentare indiscriminatamente la dose può aumentare il residuo.
Può aumentare la reazione con i precursori.
Può aumentare i sottoprodotti.
Può aumentare odore e sapore.
Può aumentare la corrosività o lo stress sui materiali in determinate condizioni.
E non è detto che risolva un problema impiantistico.
Se la causa è un ramo morto.
Un ricircolo inesistente.
Un biofilm consolidato.
Un serbatoio sporco.
Un punto terminale mai utilizzato.
La dose non sostituisce l’idraulica.

Ma anche “meno cloro” può essere una risposta sbagliata

Ridurre il rischio chimico compromettendo la barriera microbiologica è esattamente ciò che la normativa vieta concettualmente.

Questo è il lato opposto del problema.
Un valore di THM elevato non deve portare automaticamente alla conclusione:
“Dobbiamo abbassare il cloro.”
Prima bisogna ricostruire:

  • Dove si formano i THM.
  • Quali precursori sono presenti.
  • Quanto tempo trascorre l’acqua nel sistema.
  • Se esiste sovradosaggio.
  • Se la post-clorazione è realmente necessaria a quella dose.
  • Se la rete è sovradimensionata.
  • Se il serbatoio ha un turnover insufficiente.
  • Se la sostanza organica potrebbe essere rimossa prima.
  • Se è possibile modificare il punto di dosaggio.

Ridurre il disinfettante senza questa analisi può abbassare i THM e aumentare contemporaneamente il rischio microbiologico.
Il risultato non sarebbe un miglioramento.
Sarebbe uno scambio di rischio.

Il tempo di permanenza è un parametro chimico oltre che idraulico

L’acqua continua a reagire mentre viaggia.

Nei sistemi con disinfettante residuo, le reazioni non terminano necessariamente all’uscita dall’impianto di trattamento.
Continuano nelle condotte.
Negli accumuli.
Nelle reti degli edifici.
Nei rami poco utilizzati.
Una review scientifica dedicata alla formazione e trasformazione dei DBP nelle reti di distribuzione ha evidenziato il ruolo di tempo di permanenza, ridosaggio, biofilm, depositi, materiali e anioni presenti nell’acqua.
Questo concetto è molto importante per gli edifici complessi.
Un serbatoio sovradimensionato non è soltanto un problema di stagnazione microbiologica.
Può aumentare anche il tempo disponibile per alcune reazioni chimiche.
Una rete enorme con consumi ridotti può fare lo stesso.
Ancora una volta microbiologia e chimica incontrano la stessa variabile.
Il tempo.

Estate, temperatura e DBP

Più caldo non significa automaticamente non conformità, ma cambia la cinetica.

Le temperature più elevate possono accelerare molte reazioni di formazione.
In estate può inoltre cambiare la qualità della risorsa.
Possono aumentare sostanza organica naturale.
Produzione biologica.
Fenomeni algali.
Variabilità delle fonti.
Tutto questo può modificare il potenziale di formazione dei sottoprodotti.
Per questo un valore conforme in inverno non descrive necessariamente il massimo annuale.
Un piano di monitoraggio risk-based deve considerare anche la stagionalità quando questa è plausibile per il sistema.

Perché il bromuro cambia il problema

La stessa clorazione può generare una miscela diversa.

Se nell’acqua sono presenti ioni bromuro, la chimica della disinfezione può portare alla formazione di sottoprodotti bromurati.
Il risultato non è soltanto “più o meno THM”.
Può cambiare la distribuzione tra cloroformio, bromodiclorometano, dibromoclorometano e bromoformio.
Questo è importante perché i singoli composti hanno caratteristiche tossicologiche differenti.
Lo stesso vale per altre famiglie emergenti di DBP.
Per questo la somma regolamentata è utile, ma non esaurisce tutta la chimica della disinfezione.

Oltre 700 sottoprodotti identificati

La normativa controlla quelli più rilevanti e meglio caratterizzati, non l’intero universo delle reazioni possibili.

La letteratura scientifica ha identificato centinaia di DBP.
Le review più recenti parlano di oltre 700 composti confermati.
Questo non significa che tutti siano presenti in ogni acqua.
E non significa che ogni composto rappresenti un rischio significativo alle concentrazioni riscontrabili.
Significa una cosa più semplice.
La chimica della disinfezione è molto più complessa della lista dei parametri obbligatori.
La regolazione utilizza composti e famiglie selezionate sulla base delle conoscenze disponibili, dell’occorrenza, della tossicologia e della possibilità analitica.
Questo è uno dei motivi per cui nel 2026 l’OMS ha indicato i sottoprodotti della disinfezione tra i temi che richiederanno ulteriore approfondimento nel percorso verso la quinta edizione delle Guidelines for Drinking-water Quality.

Cosa sappiamo sui rischi per la salute

Bisogna evitare sia la minimizzazione sia l’allarmismo.

Alcuni sottoprodotti hanno evidenze tossicologiche e epidemiologiche sufficienti da avere portato all’introduzione di valori di parametro.
Per i trialometani, per esempio, la letteratura epidemiologica ha studiato da decenni le associazioni tra esposizione prolungata e diversi esiti sanitari.
Le evidenze più consistenti riguardano un’associazione tra esposizioni più elevate a THM e rischio di tumore della vescica.
Questo non significa che bere un bicchiere d’acqua contenente THM provochi un tumore.
Non significa che un valore prossimo al limite rappresenti una diagnosi di rischio individuale.
Non significa neppure che tutti i DBP abbiano lo stesso profilo.
Il rischio dipende dalla sostanza.
Dalla concentrazione.
Dalla durata dell’esposizione.
Dalle vie di esposizione.
Dalla vulnerabilità individuale.
Dal resto della miscela.
La funzione della normativa è ridurre l’esposizione della popolazione mantenendo contemporaneamente la sicurezza microbiologica.

Per i trialometani l’ingestione non è l’unica via di esposizione

Alcuni sono volatili.

I THM possono essere assunti bevendo acqua.
Ma una parte dell’esposizione può verificarsi anche per inalazione e assorbimento cutaneo durante docce, bagni e altre attività.
Questo non trasforma la doccia in un’attività pericolosa.
Serve a capire perché la valutazione dell’esposizione a composti volatili è più complessa del semplice numero di litri bevuti.
Gli HAA sono invece molto meno volatili e l’ingestione ha un peso maggiore.
Anche questa differenza spiega perché famiglie diverse debbano essere trattate con logiche diverse.

L’odore di cloro non misura i trialometani

I nostri sensi non sono un cromatografo.

Un’acqua può avere un odore di cloro percepibile e valori di THM bassi.
Può avere un odore poco evidente e valori di THM maggiori.
L’odore dipende dal disinfettante residuo.
Dalla temperatura.
Dalla presenza di altri composti.
Dalla sensibilità individuale.
I THM richiedono un’analisi.
Quindi:
“Sa molto di cloro” non significa “ha molti trialometani”.
E:
“Non sa di cloro” non significa “non ci sono sottoprodotti”.
La percezione organolettica è un’informazione.
Non è il dato analitico.

Acidi aloacetici: il parametro che dal 2026 non possiamo più trattare come secondario

Il controllo è diventato pienamente operativo nel quadro italiano.

Gli acidi aloacetici, HAA, si formano anch’essi in presenza di disinfettanti alogenati e precursori organici.
Il D.Lgs. 18/2023 stabilisce un valore di parametro di 60 µg/L per la somma di cinque acidi rappresentativi.
Il parametro deve essere misurato quando vengono utilizzati metodi di disinfezione suscettibili di generarli.
Dal 13 gennaio 2026 il controllo rientra tra quelli obbligatori previsti dal regime transitorio aggiornato.
Questo ha una conseguenza pratica.
Un piano di controllo che guarda soltanto i THM può essere incompleto rispetto al processo realmente utilizzato.

Biossido di cloro: efficace, ma non “senza sottoprodotti”

Cambia la famiglia dei composti che dobbiamo osservare.

Il biossido di cloro è utilizzato anche nella gestione di sistemi idrici complessi e nel controllo della Legionella.
Ha caratteristiche differenti rispetto al cloro libero.
Un vantaggio spesso richiamato è la minore formazione dei classici sottoprodotti organoalogenati tipici della clorazione.
Ma il processo produce soprattutto sottoprodotti inorganici.
Clorito.
Clorato.
Le Linee guida nazionali Legionella 2015 lo ricordano espressamente.
Quindi non esiste il “disinfettante che non crea sottoprodotti”.
Esistono profili di sottoprodotti diversi.

Clorito e clorato: due nomi simili, ma non sono la stessa cosa

Entrambi meritano controllo quando si utilizza biossido di cloro.

Durante la generazione e l’impiego del biossido di cloro, una parte può trasformarsi in clorito e clorato.
La qualità della generazione.
La purezza dei reagenti.
Il dosaggio.
Le condizioni operative.
La manutenzione del generatore.
Possono modificare il risultato.
L’OMS sottolinea che una corretta regolazione e manutenzione del generatore di biossido di cloro ha un impatto importante sulla formazione dei sottoprodotti.
Questa è una lezione generale.
La tecnologia dichiarata sulla scheda tecnica non determina da sola la qualità dell’acqua.
Conta come viene gestita.

Il clorato può arrivare anche dal reagente

Un dettaglio operativo che spesso sfugge.

Il clorato non si forma soltanto “nell’acqua”.
Può già essere presente in una soluzione di ipoclorito invecchiata.
L’OMS evidenzia che la formazione di clorato nelle soluzioni di ipoclorito aumenta quando il prodotto viene conservato a temperature elevate per periodi prolungati.
La velocità di degradazione dipende da temperatura, pH, concentrazione dell’ipoclorito e presenza di contaminanti metallici.
Questo significa che due impianti con lo stesso dosaggio nominale possono introdurre quantità differenti di clorato se utilizzano reagenti con diversa freschezza e diversa storia di conservazione.
Improvvisamente il locale reagenti diventa parte della sicurezza dell’acqua.
Temperatura del deposito.
Esposizione alla luce.
Rotazione delle scorte.
Dimensione dei serbatoi.
Frequenza delle forniture.
Pulizia dei contenitori.
Sono elementi di gestione del rischio.

“Abbiamo sempre comprato lo stesso ipoclorito”

Non basta per sapere cosa stiamo dosando oggi.

La concentrazione di cloro attivo cambia nel tempo.
Il prodotto degrada.
Se il tenore utile diminuisce, l’operatore può essere portato ad aumentare il volume dosato per ottenere lo stesso residuo.
Ma nel frattempo alcuni prodotti di degradazione possono essere aumentati.
Ecco perché il controllo del reagente non può limitarsi al nome commerciale.
Serve una gestione della qualità.
Documentazione.
Concentrazione.
Data.
Stoccaggio.
Rotazione.
Condizioni del serbatoio.
La gestione dei DBP comincia anche qui.

Ozono e bromato

Un disinfettante diverso sposta nuovamente la chimica.

L’ozono è un potente ossidante.
Non lascia un residuo persistente paragonabile a quello del cloro libero.
Ma in presenza di bromuro può favorire la formazione di bromato.
Il D.Lgs. 18/2023 stabilisce per il bromato un valore di parametro pari a 10 µg/L.
Anche qui l’errore sarebbe scegliere una tecnologia pensando soltanto al microrganismo bersaglio.
Bisogna conoscere anche la matrice.
Un’acqua con bromuro significativo pone un problema diverso rispetto a un’acqua che ne contiene poco.
La tecnologia non è “buona” o “cattiva” in assoluto.
È più o meno adatta alla qualità dell’acqua che deve trattare.

Clorammine: meno THM non significa zero problemi

Spostare il profilo dei sottoprodotti non equivale a eliminare il rischio chimico.

Le clorammine vengono utilizzate in alcuni sistemi per mantenere un residuo più stabile e possono produrre meno THM rispetto alla clorazione libera.
Ma possono favorire la formazione di altre classi di sottoprodotti, comprese alcune N-nitrosammine in determinate condizioni.
Possono inoltre creare problemi di nitrificazione nella rete.
Quindi sostituire un disinfettante con un altro esclusivamente per ridurre un parametro può spostare il problema.
Serve sempre una valutazione complessiva.

UV: niente residuo, ma anche niente protezione residua

È un eccellente esempio di tecnologia con un profilo completamente differente.

La radiazione ultravioletta inattiva i microrganismi nel punto di trattamento senza introdurre un residuo chimico persistente.
Questo riduce il problema dei classici DBP generati direttamente da un disinfettante residuo.
Ma significa anche che, dopo il reattore UV, non rimane una barriera disinfettante capace di accompagnare l’acqua nella distribuzione.
In un piccolo impianto semplice può essere una soluzione eccellente.
In una rete lunga e complessa bisogna chiedersi cosa accade a valle.
Biofilm.
Ricrescita.
Recontaminazione.
Serbatoi.
Rami stagnanti.
La tecnologia va scelta in base al sistema.

Shock di cloro: non confondiamo una bonifica con la gestione ordinaria

Le concentrazioni utilizzate durante una disinfezione straordinaria non sono le concentrazioni di esercizio normale.

In presenza di una contaminazione microbiologica può essere necessario procedere a un intervento di igienizzazione o disinfezione straordinaria.
Il prodotto.
La concentrazione.
Il tempo di contatto.
La copertura della rete.
La compatibilità con i materiali.
Il successivo flussaggio.
Devono essere definiti in relazione all’obiettivo.
Durante lo shock l’acqua non deve essere considerata automaticamente utilizzabile come normale acqua potabile.
Dopo l’intervento il sistema deve essere riportato in condizioni compatibili con l’uso previsto.
E, soprattutto, bisogna verificare che l’intervento non abbia creato una qualità chimica inaccettabile.
Il semplice fatto che il batterio non sia più rilevato non chiude tutta la valutazione.

Legionella e sottoprodotti: il compromesso diventa ancora più delicato

L’obiettivo non è scegliere tra microbiologia e chimica.

Le Linee guida nazionali Legionella 2015 descrivono vari sistemi di trattamento chimico.
Iperclorazione.
Biossido di cloro.
Altri sistemi.
Ogni tecnologia presenta vantaggi, limiti, compatibilità e potenziale formazione di sottoprodotti.
Un impianto con contaminazione ricorrente non dovrebbe essere gestito aumentando progressivamente il disinfettante finché l’analisi microbiologica diventa negativa.
La causa potrebbe essere:

  • Temperatura.
  • Stagnazione.
  • Biofilm.
  • Rami morti.
  • Accumuli sporchi.
  • Ricircolo insufficiente.
  • Terminali poco utilizzati.

Se non correggiamo la causa, il disinfettante diventa una compensazione permanente di un difetto impiantistico.
E aumentando il trattamento possiamo aumentare anche gli effetti collaterali chimici.

Il paradosso dell’impianto con “troppo trattamento”

Più tecnologia può produrre una gestione peggiore se nessuno conosce il sistema nel suo insieme.

Addolcitore.
Filtri.
Dosatore.
Biossido di cloro.
UV.
Accumulo.
Ricircolo.
Valvole.
Un impianto può riempirsi di apparecchiature senza avere una vera strategia.
Ogni componente modifica l’acqua.
Ogni trattamento ha un punto di controllo.
Ogni dosatore può guastarsi.
Ogni filtro può saturarsi.
Ogni serbatoio modifica il tempo di permanenza.
Il rischio non diminuisce in funzione del numero di apparecchiature installate.
Diminuisce quando le barriere sono progettate, monitorate e mantenute.

I DBP possono continuare a formarsi dentro l’edificio

Il punto di consegna non ferma le reazioni.

Se all’ingresso di un edificio arriva acqua con disinfettante residuo e precursori ancora reattivi, la chimica può continuare durante la permanenza nella rete interna.
Questo diventa particolarmente importante in:

  • Hotel con occupazione variabile.
  • Scuole durante periodi di chiusura.
  • Uffici con bassi consumi.
  • Ospedali e RSA con reti molto estese.
  • Edifici con grandi accumuli.
  • Condomini con circuiti complessi.
  • Strutture stagionali.

Un’analisi eseguita all’ingresso e una al punto distale possono raccontare due storie differenti.
Ecco perché il punto di campionamento deve essere scelto sulla base della domanda tecnica.

Un caso pratico: THM bassi all’ingresso, alti in fondo alla rete

Il dato suggerisce di guardare al tempo e alla distribuzione.

Immaginiamo:
Ingresso edificio: 8 µg/L THM.
Punto distale: 27 µg/L.
Il secondo valore è ancora conforme al limite italiano di 30 µg/L.
Ma il trend racconta qualcosa.
La rete sta favorendo ulteriore formazione.
Se in estate la temperatura aumenta.
Se l’occupazione diminuisce.
Se il serbatoio resta più pieno.
Il margine può ridursi.
Questo è un caso perfetto in cui la conformità normativa non dovrebbe interrompere il ragionamento tecnico.
Non significa intervenire per forza.
Significa capire il meccanismo.

Un caso pratico: Legionella ridotta, clorito elevato

Una misura correttiva può essere microbiologicamente efficace e chimicamente da ottimizzare.

Immaginiamo un sistema trattato con biossido di cloro.
Il monitoraggio Legionella migliora.
Il residuo di biossido è presente nei punti distali.
Ma il clorito si avvicina al valore di parametro applicabile.
Dire:
“Il trattamento funziona” è incompleto.
Dire:
“Il trattamento non funziona” è altrettanto incompleto.
La misura sta controllando il rischio microbiologico ma richiede ottimizzazione chimica.
Generazione.
Dosaggio.
Domanda.
Punto di iniezione.
Manutenzione.
Tempo di permanenza.
Sono tutti elementi da rivedere.

Un caso pratico: clorato elevato con ipoclorito

Il colpevole potrebbe essere nel serbatoio del prodotto, non nell’acqua grezza.

Il gestore nota un aumento del clorato.
La dose di cloro non sembra essere cambiata.
La qualità della fonte è stabile.
L’attenzione va allora anche alla soluzione di ipoclorito.
È stata acquistata in grandi quantità?
È rimasta per settimane in un locale caldo?
Il serbatoio viene rabboccato senza essere svuotato?
La concentrazione reale di cloro attivo viene verificata?
Questo esempio mostra perché l’analisi delle cause deve comprendere anche la logistica del reagente.

Il valore di parametro non è un obiettivo di esercizio

“Siamo sotto il limite” non significa che convenga lavorare il più vicino possibile al limite.

Il principio normativo per i sottoprodotti è più raffinato.
La contaminazione deve essere mantenuta al livello più basso possibile senza compromettere la disinfezione.
Quindi il valore di parametro rappresenta un requisito di conformità.
Non è una concentrazione da inseguire come target operativo.
Un sistema stabilmente a 29 µg/L di THM totali può essere formalmente conforme rispetto a un valore di 30.
Ma se il processo può essere ottimizzato senza ridurre la sicurezza microbiologica, restare costantemente al margine non è una buona strategia.
Al contrario, perseguire 0 µg/L disattivando la disinfezione sarebbe una gestione irresponsabile.
Il punto ottimale sta nel mezzo.

Il concetto di “as low as reasonably practicable”

Non significa zero. Significa ottimizzazione continua del rischio.

L’idea è molto simile a quella utilizzata in altri settori della prevenzione.
Ridurre il rischio quanto ragionevolmente praticabile.
Nel caso dei DBP significa:
ridurre i precursori.
evitare sovradosaggi.
ridurre tempi di permanenza inutili.
controllare temperatura e stoccaggio dei reagenti.
gestire il residuo.
scegliere il disinfettante coerente con la matrice.
mantenere l’efficacia microbiologica.
La strategia non deve essere statica.

Monitorare soltanto il residuo di cloro è insufficiente

Il residuo racconta quanto disinfettante resta. Non racconta tutto ciò che si è formato.

Un impianto può avere un residuo corretto e DBP elevati.
Può avere residuo basso e DBP già formati.
Può avere un residuo diverso in punti differenti.
Per una valutazione completa possono servire:

  • Residuo disinfettante.
  • pH.
  • Temperatura.
  • Carbonio organico totale, quando pertinente.
  • Torbidità.
  • Parametri microbiologici.
  • Trialometani.
  • Acidi aloacetici.
  • Clorito e clorato, se pertinenti al processo.
  • Bromato, se pertinente al trattamento.
  • Dati di portata e tempo di permanenza.
  • Informazioni sul reagente.

Non tutto va analizzato sempre.
È la valutazione del rischio a definire cosa serve.

Il TOC può essere utile, ma non è un “misuratore di THM”

I precursori contano, ma la relazione non è una semplice proporzione.

Il carbonio organico totale, TOC, può fornire un’indicazione del carico organico.
Ma due acque con lo stesso TOC possono avere differente potenziale di formazione dei DBP.
Conta la natura della sostanza organica.
Conta l’aromaticità.
Conta la reattività.
Conta il bromuro.
Conta il pH.
Conta il processo.
Per questo il TOC può essere un parametro operativo importante, ma non sostituisce la misura dei sottoprodotti quando questa è necessaria.

Il campionamento è decisivo

Un campione preso nel punto sbagliato può sottostimare completamente il fenomeno.

Se vogliamo capire la formazione dei DBP in una rete, spesso il punto immediatamente dopo il dosaggio non è il punto più interessante.
Può essere utile campionare:

  • Uscita trattamento.
  • Uscita accumulo.
  • Punto intermedio.
  • Punto distale.
  • Punto con elevato tempo di permanenza.
  • Prima e dopo un trattamento interno.
  • In condizioni stagionali differenti.

Per i THM, il massimo può comparire più avanti nel sistema.
Per clorito e clorato la dinamica può essere differente.
La strategia di campionamento deve seguire la chimica del processo.

La variabilità temporale conta quanto quella spaziale

Un singolo campione può fotografare una giornata particolarmente favorevole.

L’acqua grezza cambia.
La temperatura cambia.
I consumi cambiano.
Il dosaggio cambia.
Il residuo cambia.
Le scorte di reagente invecchiano.
Un valore basso a febbraio non dimostra che agosto sarà uguale.
Una verifica dopo manutenzione non descrive necessariamente il funzionamento ordinario.
Per questo un piano di controllo serio deve essere coerente con le condizioni peggiori realisticamente prevedibili.

Shock cloro e analisi: quando verificare?

Non esiste un tempo universale valido per qualsiasi impianto e qualsiasi trattamento.

Dopo un intervento straordinario bisogna distinguere due obiettivi.
Verificare il ripristino della qualità microbiologica.
Verificare il ritorno della qualità chimica a condizioni compatibili con l’uso.
Il momento del campionamento dipende da:

  • Tipo di trattamento.
  • Volume della rete.
  • Flussaggio eseguito.
  • Persistenza del disinfettante.
  • Parametro da misurare.
  • Obiettivo del controllo.

Un campione prelevato troppo presto può descrivere la fase di bonifica.
Uno troppo tardi può perdere informazioni sull’effettiva esposizione immediatamente successiva.
La strategia va pianificata prima dell’intervento.

I prodotti utilizzati devono essere idonei all’uso

La disinfezione dell’acqua potabile non è un campo per prodotti improvvisati.

Il Regolamento (UE) n. 528/2012 sui biocidi definisce il tipo di prodotto 5 per i prodotti utilizzati nella disinfezione dell’acqua potabile destinata all’uomo o agli animali.
Le condizioni autorizzative e di impiego devono essere rispettate.
Il D.Lgs. 18/2023 e s.m.i. disciplina inoltre reagenti, materiali filtranti e mezzi di trattamento destinati al contatto con acqua potabile.
La conformità del prodotto è una parte della gestione.
Non sostituisce il corretto progetto.
Un prodotto autorizzato utilizzato male può produrre una gestione sbagliata.

La qualità dei reagenti è parte della qualità dell’acqua

Un concetto che dovrebbe entrare stabilmente nei piani di gestione.

Il reagente non è una scatola nera.
Purezza.
Concentrazione.
Stabilità.
Impurezze.
Conservazione.
Tempo di stoccaggio.
Tutto può influenzare ciò che finisce nell’acqua.
Il D.Lgs. 18/2023 ha rafforzato il quadro relativo ai reagenti e ai mezzi di filtrazione e trattamento.
Il messaggio è coerente con l’approccio risk-based.
Non si controlla soltanto l’acqua alla fine.
Si controllano anche gli elementi che possono modificarla lungo il processo.

Acqua di pozzo: il rischio di sovratrattamento è reale

La richiesta “mettiamo un po’ di cloro per sicurezza” è molto frequente.

Un pozzo privato o aziendale può presentare contaminazione microbiologica.
La disinfezione può essere necessaria.
Ma prima bisogna capire la causa.
Protezione della testa pozzo.
Infiltrazioni.
Tenuta delle opere.
Serbatoi.
Reti interne.
Ferro.
Manganese.
Sostanza organica.
Ammoniaca.
Tutto può modificare la domanda di cloro e la formazione di sottoprodotti.
Dosare “a occhio” è una pratica tecnicamente debole.
La dose deve essere funzionale a un obiettivo misurabile.

Impresa alimentare: la disinfezione dell’acqua entra anche nel processo

Qui la valutazione deve considerare acqua, alimento e attrezzature.

L’acqua utilizzata nelle imprese alimentari rientra nel campo della sicurezza igienica quando entra nei prodotti o nei processi pertinenti.
Una disinfezione eccessiva può modificare caratteristiche organolettiche.
Può aumentare residui e sottoprodotti.
Una disinfezione insufficiente può esporre il processo a rischio microbiologico.
Per questo il trattamento deve essere gestito in modo documentato e verificabile.
Il punto di controllo prima e dopo un sistema di trattamento diventa particolarmente utile.

Hotel e strutture ricettive

Qui il problema dei DBP incontra quello della Legionella e dei tempi di permanenza.

Occupazione variabile.
Camere chiuse.
Grandi accumuli.
Ricircoli ACS.
Piscine e spa, quando presenti.
Trattamenti continui.
Sono sistemi complessi.
Una strategia antilegionella basata su disinfezione chimica deve essere controllata non solo per la capacità di mantenere un residuo efficace ma anche per la compatibilità chimica dell’acqua.
La concentrazione al dosatore non è sufficiente.
Conta ciò che raggiunge il punto distale.
E ciò che si forma lungo il percorso.

Strutture sanitarie e RSA

L’esigenza microbiologica è spesso più severa, ma questo rende ancora più importante l’ottimizzazione.

Utenti vulnerabili.
Reti estese.
Numerosi terminali.
Acqua utilizzata in apparecchiature.
Possibili sistemi di disinfezione continua.
In questi contesti il principio non è ridurre la disinfezione per paura dei DBP.
È progettare e monitorare una barriera microbiologica efficace con il minore impatto chimico possibile.
Esattamente ciò che la normativa chiede.

Cosa fare davanti a THM elevati

Prima di toccare il dosaggio, ricostruire il sistema.

Una sequenza ragionevole può essere:

  • Confermare il risultato e il punto di campionamento.
  • Valutare stagionalità e storico.
  • Verificare dose e residuo disinfettante.
  • Analizzare tempo di permanenza e accumuli.
  • Valutare precursori organici.
  • Verificare eventuale presenza di bromuro.
  • Controllare punto di dosaggio.
  • Valutare rimozione dei precursori a monte.
  • Verificare eventuali ridosaggi.
  • Considerare modifiche idrauliche.
  • Solo dopo, ottimizzare la disinfezione.

Il parametro elevato non indica automaticamente una sola causa.

Cosa fare davanti a clorito o clorato elevati

Il percorso causale è diverso.

Bisogna valutare:

  • Tecnologia utilizzata.
  • Generatore di biossido di cloro, se presente.
  • Purezza e concentrazione dei reagenti.
  • Taratura e manutenzione.
  • Dose.
  • Residuo.
  • Tempo di permanenza.
  • Eventuale reazione tra clorito e cloro libero.
  • Qualità e stoccaggio dell’ipoclorito, se utilizzato.
  • Età delle soluzioni.
  • Temperatura del locale reagenti.
  • Gestione delle scorte.

Questa è analisi delle cause.
Abbassare il dosaggio senza capire quale dei meccanismi stia producendo il parametro significa lavorare per tentativi.

Cosa fare davanti a bromato elevato

La matrice dell’acqua diventa determinante.

Il bromato è particolarmente associato a processi di ozonizzazione in presenza di bromuro.
La gestione può richiedere ottimizzazione del processo di ozono.
Controllo del pH.
Riduzione delle condizioni favorevoli alla formazione.
Valutazione delle alternative di trattamento.
Ancora una volta la risposta non è universale.
Dipende dalla chimica della fonte.

Una non conformità chimica dopo disinfezione non significa che la disinfezione fosse inutile

Significa che la misura deve essere ottimizzata o riprogettata.

Questo è un passaggio culturale importante.
Quando compare un DBP oltre il valore di parametro, qualcuno tende a concludere:
“Il trattamento fa male.”
È una semplificazione.
Il trattamento può essere fondamentale per prevenire un rischio microbiologico.
La non conformità indica che il modo in cui il trattamento è applicato, o le condizioni in cui opera, devono essere corrette.
Può servire ridurre i precursori.
Cambiare il punto di dosaggio.
Correggere i tempi di permanenza.
Migliorare i reagenti.
Cambiare tecnologia.
Integrare più barriere.
La soluzione non è necessariamente smettere di disinfettare.

Una conformità chimica non significa che la disinfezione sia efficace

Il principio vale anche al contrario.

THM bassi.
HAA bassi.
Clorato basso.
Tutto bene?
Non necessariamente.
Se il residuo disinfettante è insufficiente.
Se esistono contaminazioni microbiologiche.
Se il sistema non mantiene la barriera.
Se il trattamento non raggiunge i punti distali.
La conformità dei DBP non certifica l’efficacia microbiologica.
Ecco perché il monitoraggio deve essere integrato.

Dato → impianto → rischio → azione

Anche qui il metodo consulenziale funziona meglio della semplice lettura del rapporto di prova.

Dato:
THM 28 µg/L.
Impianto:
serbatoio sovradimensionato, temperatura estiva elevata, permanenza lunga.
Rischio:
margine ridotto rispetto al valore italiano di 30 µg/L e possibile aumento stagionale.
Azione:
verificare turnover, precursori, residuo, punto di dosaggio e trend prima di modificare il disinfettante.
Altro esempio.
Dato:
clorato 0,29 mg/L in un sistema senza biossido di cloro.
Impianto:
dosaggio di ipoclorito con grandi scorte conservate in locale caldo.
Rischio:
superamento del valore generale e possibile contributo rilevante del reagente degradato.
Azione:
gestione delle scorte, verifica qualità reagente, stoccaggio, dosaggio e conferma analitica.
Il numero acquista significato soltanto quando viene collegato al processo.

La gestione del rischio deve conoscere il processo di disinfezione

Nel PSA e nella valutazione del sistema non basta scrivere “disinfezione presente”.

Bisogna sapere:

  • Quale disinfettante.
  • Quale concentrazione.
  • Quale punto di dosaggio.
  • Quale tempo di contatto.
  • Quale residuo atteso.
  • Quale residuo reale.
  • Quali sottoprodotti può generare.
  • Quali precursori sono presenti.
  • Dove monitorare.
  • Quali deviazioni richiedono azione.
  • Qual è la risposta in caso di guasto.
  • Come viene verificata l’efficacia.

Questa è gestione del rischio.
Non il nome dell’apparecchiatura.

Il piano di monitoraggio deve nascere dal trattamento

Analizzare tutto sempre è inefficiente. Analizzare poco per abitudine può essere pericoloso.

Se utilizzo biossido di cloro, clorito e clorato diventano evidentemente pertinenti.
Se utilizzo ozono su acqua contenente bromuro, il bromato merita attenzione.
Se utilizzo cloro su acqua con elevata sostanza organica, THM e HAA diventano più rilevanti.
Se non utilizzo un processo capace di generare un certo parametro, la logica di monitoraggio può essere diversa.
La Direttiva europea stessa collega alcuni parametri al metodo utilizzato.
Questo è il cuore del monitoraggio basato sul rischio.

“Analizziamo una volta all’anno”

La frequenza deve avere un significato, non essere una tradizione.

Un processo stabile può richiedere una certa frequenza.
Un processo appena modificato può richiederne una maggiore.
Un sistema con forte stagionalità può richiedere campioni nel periodo più critico.
Un risultato vicino al valore di parametro può richiedere un approfondimento.
Un’anomalia dopo cambio reagente può richiedere verifiche ravvicinate.
La frequenza di controllo deve essere collegata al rischio e alla variabilità.

I sottoprodotti sono un ottimo esempio del perché il PSA funziona

Nessun singolo limite descrive completamente la sicurezza dell’acqua.

Il Water Safety Plan, o Piano di Sicurezza dell’Acqua, ragiona per pericoli, eventi pericolosi e misure di controllo.
In questo caso:
Pericolo:
DBP chimico.
Evento pericoloso:
eccessiva formazione durante disinfezione.
Cause:
precursori elevati, sovradosaggio, tempo di permanenza, reagente degradato, processo non ottimizzato.
Misure:
rimozione dei precursori, corretta dose, controllo reagenti, gestione idraulica, monitoraggio.
Verifica:
analisi del parametro e controllo dell’efficacia microbiologica.
È esattamente il tipo di problema che non può essere gestito leggendo soltanto il risultato finale.

Non confondiamo il valore di parametro con una soglia tossicologica individuale

La normativa gestisce il rischio di popolazione.

Un valore di parametro è uno strumento di gestione sanitaria.
Non è la linea esatta tra “nessun effetto” e “effetto certo”.
Non autorizza a dire:
“29 µg/L è completamente innocuo e 31 µg/L è tossico.”
La realtà biologica non cambia in un microgrammo.
Il limite serve a definire conformità, interventi e protezione della popolazione.
Il consulente deve saper spiegare questa differenza.
Senza minimizzare.
Senza terrorizzare.

Il vero obiettivo non è il numero più basso possibile

È il miglior profilo complessivo di sicurezza.

Immaginiamo due sistemi.
Sistema A:
THM 3 µg/L.
Nessun residuo disinfettante.
Ricrescita microbiologica.
E. coli intermittente.
Sistema B:
THM 15 µg/L.
Residuo controllato.
Nessuna contaminazione microbiologica.
Entrambi sono sotto il valore di parametro THM.
Ma soltanto uno sta dimostrando un controllo microbiologico adeguato.
Il confronto mostra perché inseguire un singolo numero può produrre decisioni sbagliate.

La vera consulenza sta nell’ottimizzazione

Non “più chimica”, non “meno chimica”.

Il consulente deve aiutare a trovare il punto in cui:
la barriera microbiologica è efficace.
i sottoprodotti sono minimizzati.
la rete è idraulicamente corretta.
i tempi di permanenza sono ridotti.
i reagenti sono gestiti bene.
i materiali sono compatibili.
il monitoraggio verifica ciò che conta.
Questa è una soluzione.

Checklist tecnica per un sistema con disinfezione

Le domande da fare prima di dichiarare il processo sotto controllo.

  • Quale disinfettante viene utilizzato?
  • Per quale pericolo specifico?
  • Con quale dose e quale logica di regolazione?
  • Qual è il tempo di contatto effettivo?
  • Qual è il pH?
  • Qual è la temperatura?
  • Qual è il residuo nel punto di controllo?
  • Qual è il residuo nei punti distali?
  • Quali precursori organici sono presenti?
  • Esistono bromuri o ioduri rilevanti?
  • Quali DBP sono coerenti con il processo?
  • Il reagente viene conservato correttamente?
  • Quanto sono vecchie le scorte?
  • Il sistema è sovradimensionato?
  • Esistono accumuli con basso turnover?
  • Sono presenti ridosaggi?
  • Esistono zone con permanenza elevata?
  • Sono disponibili trend storici?
  • Le deviazioni operative hanno criteri di intervento?
  • L’efficacia microbiologica è verificata?
  • La qualità chimica è verificata?

Questa checklist non sostituisce il piano di sicurezza.
Serve a evitare la risposta più pericolosa:
“Il dosatore funziona, quindi è tutto a posto.”

Quando una igienizzazione idrica è necessaria

E quando non deve trasformarsi in una terapia cronica dell’impianto.

Una non conformità microbiologica può richiedere un intervento di disinfezione.
Le Linee guida Legionella e la buona pratica tecnica prevedono misure correttive quando il rischio lo richiede.
Ma se l’impianto torna a contaminarsi continuamente, ripetere shock chimici senza correggere stagnazione, temperatura, ricircolo e biofilm significa trattare l’effetto.
Ogni nuovo intervento comporta inoltre un nuovo carico chimico.
Un sistema ben gestito dovrebbe ridurre la necessità di interventi straordinari.
L’igienizzazione deve ripristinare.
La gestione deve mantenere.

Perché questo tema diventerà ancora più importante

L’OMS lo ha rimesso esplicitamente al centro dell’agenda scientifica.

Nel giugno 2026 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato la quarta edizione delle Guidelines for Drinking-water Quality incorporando il terzo addendum.
Contestualmente ha annunciato l’avvio di un aggiornamento più ampio verso la quinta edizione.
Tra i temi di particolare interesse indicati espressamente figurano i PFAS e i sottoprodotti della disinfezione.
Questo ci dice che il tema non appartiene al passato della clorazione.
È ancora un’area scientifica in evoluzione.
Nuovi composti.
Nuove metodiche.
Nuove conoscenze tossicologiche.
Nuovi approcci di monitoraggio.

Il messaggio per il privato

Sentire cloro non significa bere un’acqua pericolosa.

Un leggero odore di disinfettante può essere percepibile anche a concentrazioni basse.
Il cittadino non può dedurre il livello dei DBP dall’odore.
Se esistono dubbi sulla qualità dell’acqua, servono dati ufficiali o analisi pertinenti.
Installare un filtro senza conoscere il problema non è una valutazione del rischio.
E ridurre autonomamente una disinfezione su un pozzo privato senza controlli microbiologici può essere una scelta peggiore del problema che si voleva evitare.

Il messaggio per aziende e gestori

La disinfezione è un processo, non un dosatore.

Serve conoscere:
reagente.
dosaggio.
residuo.
precursori.
tempo di permanenza.
sottoprodotti.
manutenzione.
trend.
Il processo deve essere documentato.
E deve essere capace di dimostrare contemporaneamente efficacia microbiologica e conformità chimica.

Il messaggio per chi gestisce Legionella

Non misurare soltanto il batterio.

Se viene utilizzata una disinfezione chimica continua o ripetuta, il controllo deve includere gli effetti del trattamento.
Il parametro microbiologico dice se la misura sta ottenendo un risultato.
Il DBP dice se quella misura sta creando un’altra criticità.
La temperatura.
Il biofilm.
Il ricircolo.
Le condizioni dei terminali.
Devono comunque rimanere parte della valutazione.
La chimica non sostituisce la gestione impiantistica.

Il messaggio per il consulente

La domanda da porre è sempre la stessa: quale barriera sto usando e quale effetto collaterale devo controllare?

Ogni misura di controllo modifica il sistema.
Il calore può aumentare il rischio di ustione.
Il cloro può formare THM e HAA.
Il biossido di cloro può formare clorito e clorato.
L’ozono può formare bromato.
L’UV non lascia protezione residua.
Il filtro può sviluppare biofilm se trascurato.
Non esiste una tecnologia senza trade-off.
Esiste una progettazione che conosce i trade-off e li gestisce.

Conclusione

Disinfettare bene significa controllare due rischi contemporaneamente.

Senza disinfezione, in molti sistemi idrici il rischio microbiologico sarebbe inaccettabile.
Con una disinfezione mal progettata o eccessiva possiamo generare un problema chimico evitabile.
La soluzione non è scegliere uno dei due rischi.
È gestirli insieme.
Ridurre i precursori.
Usare il disinfettante necessario.
Nel punto corretto.
Per il tempo corretto.
Con reagenti correttamente conservati.
In una rete con tempi di permanenza ragionevoli.
Monitorando i parametri coerenti con la tecnologia.
Verificando l’efficacia microbiologica.
E intervenendo quando il sistema si sposta dalle condizioni previste.
La normativa esprime questo principio con una frase semplice e molto potente:
i sottoprodotti della disinfezione devono essere mantenuti al livello più basso possibile senza compromettere la disinfezione.
È probabilmente la migliore sintesi dell’intero problema.
Perché nell’acqua sicura non vince la microbiologia contro la chimica.
E non vince la chimica contro la microbiologia.
Vince la gestione del rischio.

Riferimenti normativi, tecnici e scientifici

  • Direttiva (UE) 2020/2184 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2020, concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano.
  • D.Lgs. 23 febbraio 2023, n. 18, attuazione della Direttiva (UE) 2020/2184.
  • D.Lgs. 19 giugno 2025, n. 102, disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 18/2023.
  • Regolamento (UE) n. 528/2012 sui biocidi, con particolare riferimento al tipo di prodotto PT5 per la disinfezione dell’acqua potabile.
  • Conferenza Stato-Regioni, 7 maggio 2015, Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi.
  • Istituto Superiore di Sanità, Rapporti ISTISAN 22/32 e 22/33, valutazione e gestione del rischio nei sistemi di distribuzione interni e Piani di Sicurezza dell’Acqua.
  • World Health Organization, Guidelines for drinking-water quality, fourth edition incorporating the first, second and third addenda, 17 giugno 2026.
  • World Health Organization, Chlorine dioxide, chlorite and chlorate in drinking-water, background document and chemical fact sheets.
  • World Health Organization, documentazione tecnica sui sottoprodotti della disinfezione e sul controllo dei processi.
  • Li X.F. et al., Assessing the Health Impact of Disinfection Byproducts in Drinking Water, Environmental Science & Technology, 2024.
  • Review: The occurrence, formation and transformation of disinfection byproducts in the water distribution system, 2023.
  • Review: Moving Beyond the Silos of Opportunistic Pathogen and Disinfection Byproduct Research to Improve Drinking Water System Management, Environmental Science & Technology, 2025.
  • Villanueva C.M. et al., Exposure to Drinking Water Trihalomethanes and Risk of Cancer: a systematic review and dose-response meta-analysis, Environmental Health Perspectives, 2025.
  • Review: Disinfection Byproducts Confirmed over 50 Years: Systematic Curation, Modes of Toxic Action, and Toxicogenomics, 2025.

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    Salvatore Abbate

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