Il mare sembra sporco. Ma lo è davvero?
Schiuma, alghe, mucillagini, acqua torbida e meduse: come leggere i segnali del mare senza confondere un fenomeno naturale con un problema di inquinamento.
Agosto.
Sole.
Spiaggia.
Acqua apparentemente perfetta.
Poi basta una chiazza di schiuma, una striscia marrone sulla superficie o qualche filamento gelatinoso perché sulla battigia parta immediatamente la diagnosi collettiva.
“È inquinamento.”
“Avranno scaricato qualcosa.”
“Meglio non entrare.”
A volte la prudenza è assolutamente giustificata.
Altre volte, però, quello che stiamo osservando è un fenomeno naturale che non ha nulla a che vedere con uno scarico abusivo.
Il problema è che il mare non possiede un’etichetta.
Non ci dice se una schiuma è costituita prevalentemente da sostanza organica naturale o da tensioattivi antropici.
Non ci spiega se una colorazione deriva da sedimenti risospesi, pollini, fitoplancton o contaminazione.
Non ci avverte se un’acqua perfettamente trasparente presenta una contaminazione microbiologica.
E soprattutto non si lascia giudicare bene con il solo criterio “bello = pulito, brutto = inquinato”.
Questo articolo nasce proprio per fare ordine.
Non per insegnare a sostituire un laboratorio con una passeggiata sulla battigia.
Ma per capire cosa stiamo guardando.
Perché conoscere i fenomeni naturali permette di non creare falsi allarmi.
E conoscere i veri segnali di attenzione permette di non sottovalutare ciò che invece merita una verifica.
Prima regola: la balneabilità non si decide guardando il colore dell’acqua
Il mare può essere trasparente e avere un problema microbiologico. Può essere torbido e non avere alcuna contaminazione fecale.
La normativa europea e italiana sulla qualità delle acque di balneazione è costruita principalmente sulla prevenzione del rischio microbiologico per i bagnanti.
Il riferimento europeo è la Direttiva 2006/7/CE.
In Italia è stata recepita con il D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 116.
Le modalità applicative sono definite dal D.M. 30 marzo 2010, successivamente modificato dal D.M. 19 aprile 2018.
Per la classificazione delle acque di balneazione i due indicatori microbiologici fondamentali sono:
- Escherichia coli.
- Enterococchi intestinali.
Sono microrganismi utilizzati come indicatori della possibile contaminazione fecale.
In altre parole, non si cerca semplicemente “sporcizia”.
Si cerca un segnale microbiologico associato alla possibile presenza di apporti fecali e, quindi, a un potenziale aumento del rischio per la salute del bagnante.
Il D.M. 30 marzo 2010 stabilisce inoltre, per un singolo campione nelle acque marine, valori ai fini della gestione della balneabilità pari a 500 n/100 mL per Escherichia coli e 200 n/100 mL per gli enterococchi intestinali.
Il superamento attiva le misure di gestione previste, compreso il divieto temporaneo di balneazione.
Questo ci porta alla prima conclusione importante.
Il colore dell’acqua non è il criterio normativo con cui si stabilisce se una spiaggia sia balneabile.
La schiuma non è un test microbiologico.
La trasparenza non è un certificato sanitario.
Balneabilità e qualità ambientale del mare non sono la stessa cosa
Un mare può essere balneabile e avere comunque problemi ambientali. E un’anomalia ambientale non coincide automaticamente con un rischio immediato per chi fa il bagno.
Questo è uno dei concetti più importanti e meno compresi.
La normativa sulla balneazione è orientata soprattutto alla tutela sanitaria del bagnante.
La qualità ambientale dei corpi idrici marino-costieri viene invece valutata all’interno di un quadro molto più ampio, che comprende il D.Lgs. 152/2006, la Direttiva Quadro sulle Acque e la normativa europea sull’ambiente marino.
Sono domande differenti.
“Posso fare il bagno qui oggi?” è una domanda sanitaria e gestionale.
“Questo ecosistema marino è in buono stato?” è una domanda ambientale molto più complessa.
Un tratto di costa può essere classificato eccellente per la balneazione e presentare comunque pressioni da rifiuti marini, microplastiche, eutrofizzazione o alterazioni dell’habitat.
Allo stesso modo, una temporanea fioritura algale o una forte risospensione di sedimento possono rendere l’acqua visivamente poco invitante senza implicare automaticamente una contaminazione fecale.
Confondere i due piani genera due errori opposti.
Il primo è pensare che “balneabile” significhi “ecosistema perfetto”.
Il secondo è pensare che “visivamente brutto” significhi automaticamente “non balneabile”.
Come sapere se una spiaggia è davvero balneabile
Prima dello smartphone guardavamo il colore del mare. Oggi possiamo fare qualcosa di decisamente più intelligente.
Il Ministero della Salute mette a disposizione il Portale Acque, che permette di consultare le informazioni ufficiali sulle aree di balneazione.
Le Regioni e le Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente effettuano il monitoraggio durante la stagione balneare.
I Comuni adottano i provvedimenti di divieto quando ricorrono le condizioni previste.
Quindi, se abbiamo un dubbio reale sulla balneabilità, la prima verifica non dovrebbe essere chiedere al vicino di ombrellone.
Dovrebbe essere controllare:
- La segnaletica presente sulla spiaggia.
- Il Portale Acque del Ministero della Salute.
- Le eventuali comunicazioni del Comune.
- Le informazioni pubblicate dall’ARPA o dall’ente regionale competente.
Dopo questa verifica possiamo interpretare ciò che vediamo.
Ma l’ordine dovrebbe essere questo.
Prima i dati ufficiali.
Poi le ipotesi.
Non il contrario.
Una fotografia positiva dell’Italia
Le anomalie esistono, ma non dobbiamo trasformare ogni schiuma in una catastrofe nazionale.
I dati più recenti dell’Agenzia europea dell’ambiente, pubblicati nel giugno 2026 e riferiti alla stagione balneare 2025, mostrano una situazione italiana complessivamente molto buona.
Nel 2025 l’Italia ha comunicato 5.535 acque di balneazione.
Di queste, 4.850 erano costiere.
Il 90,1% delle acque costiere italiane è stato classificato di qualità eccellente.
Considerando insieme acque costiere e interne, il 97,9% delle aree comunicate rispettava almeno i requisiti minimi della Direttiva.
Le acque classificate “scarse” rappresentavano l’1,3% del totale.
Sono dati importanti.
Non significano che ogni metro di costa sia sempre sicuro in ogni momento.
Significano che il sistema di monitoraggio descrive, nel complesso, una qualità elevata delle acque di balneazione italiane.
E ci ricordano perché un singolo fenomeno visivo non dovrebbe essere utilizzato per giudicare un’intera costa.
Dopo un temporale il mare può davvero cambiare
Questa volta il collegamento con il rischio può essere molto concreto.
Tra i momenti in cui è più ragionevole aumentare la prudenza ci sono le ore successive a piogge intense.
Le precipitazioni possono aumentare il deflusso superficiale.
Possono trascinare materiali dai bacini idrografici verso fiumi e mare.
Possono mettere in crisi sistemi fognari misti e determinare l’attivazione di scolmatori.
Possono aumentare temporaneamente gli apporti microbiologici nelle acque costiere.
L’Agenzia europea dell’ambiente indica espressamente, tra le cause degli episodi di inquinamento di breve durata, le piogge intense, gli sfioratori fognari e il ruscellamento urbano.
Questo non significa che “dopo ogni temporale il mare è inquinato”.
Significa che il meteo può modificare rapidamente il rischio, soprattutto in aree sensibili vicine a foci, canali, scarichi e sistemi di drenaggio urbano.
Qui il principio corretto è semplice.
Più che osservare se l’acqua “sembra pulita”, conviene verificare se esistano avvisi o divieti temporanei.
Vicino alle foci bisogna ragionare in modo diverso
Il punto in cui acqua dolce e mare si incontrano è naturalmente variabile e può ricevere tutto ciò che arriva dal bacino a monte.
Una foce può trasportare sedimenti.
Materia organica.
Pollini.
Residui vegetali.
Nutrienti.
Rifiuti.
E, in presenza di pressioni antropiche, anche contaminazione microbiologica o chimica.
Per questo le aree di balneazione vengono definite e monitorate considerando anche le possibili fonti di pressione.
Dopo precipitazioni intense, la portata di un corso d’acqua può aumentare rapidamente e modificare colore, salinità e trasparenza delle acque costiere vicine.
Una fascia marrone davanti a una foce può quindi essere dovuta in larga parte ai sedimenti.
Ma questo non autorizza a concludere che sia innocua.
Proprio perché la foce raccoglie ciò che avviene nel bacino, il dato visivo da solo non basta.
È uno dei casi in cui la prudenza e l’informazione ufficiale valgono più dell’occhio.
Schiuma bianca in mare: inquinamento?
Molto spesso no. Ma “molto spesso” non significa “sempre”.
La schiuma marina è uno dei fenomeni che genera più sospetti.
Eppure può avere un’origine completamente naturale.
ARPA Lazio ha dedicato nel 2025 un approfondimento specifico al fenomeno.
La produzione primaria del fitoplancton e i normali processi biologici di alghe, piante marine e altri organismi possono rilasciare sostanze organiche con proprietà tensioattive.
Onde, vento, risacca, correnti ed eliche inglobano aria nell’acqua.
Le sostanze tensioattive stabilizzano le bolle.
Ed ecco comparire la schiuma.
La schiuma naturale può accumularsi lungo la battigia oppure in punti determinati dalle correnti.
Può inglobare frammenti vegetali, pollini e altri materiali galleggianti.
Questo spiega perché una spiaggia può trovarsi improvvisamente con strisce di schiuma biancastra senza che vi sia stato alcuno scarico.
Schiuma naturale e schiuma da scarico: si possono distinguere a occhio?
Possiamo raccogliere indizi. Non possiamo fare una diagnosi chimica guardandola.
ARPA Lazio descrive le schiume naturali come generalmente biancastre e opache.
Le schiume di possibile origine artificiale possono apparire più compatte, traslucide o iridescenti.
È un’indicazione utile.
Non è una prova.
Anche l’ambiente in cui compare il fenomeno conta.
Una schiuma estesa dopo giornate di forte produzione biologica e mare mosso può avere una spiegazione naturale.
Una schiuma persistente che emerge in prossimità di uno scarico, associata a odori anomali o altri segnali, richiede un’interpretazione diversa.
La certezza arriva dalle indagini.
Non dalla tonalità di bianco.
In caso di accumuli importanti, ARPA Lazio suggerisce comunque una condotta prudenziale evitando il contatto diretto, perché la schiuma può concentrare microrganismi o sostanze irritanti anche quando la sua origine è naturale.
E la schiuma marrone?
Marrone non significa automaticamente fognatura.
Le schiume marroni o rossastre possono contenere fitoplancton.
Possono inglobare pollini.
Possono accompagnare determinate fioriture.
ARPA Lazio ha documentato, per esempio, fenomeni associati alla presenza di fitoplancton e importanti accumuli di polline.
Questo è un ottimo esempio di quanto il nostro cervello ami le scorciatoie.
Marrone uguale sporco.
Sporco uguale scarico.
Scarico uguale pericolo.
È una catena logica comprensibile.
Ma scientificamente insufficiente.
Il colore è un’informazione.
Non è ancora una causa.
Mucillagine: quella massa gelatinosa è “scarico”?
Spesso no. La mucillagine marina è un fenomeno biologico-fisico molto più interessante di quanto suggerisca il suo aspetto.
Le mucillagini marine sono aggregati di sostanza organica gelatinosa.
Il fenomeno è stato studiato a lungo soprattutto nel mare Adriatico.
La produzione di sostanze extracellulari da parte del fitoplancton, l’accumulo di materia organica, le condizioni trofiche, la struttura della colonna d’acqua e i fattori meteoclimatici possono contribuire alla formazione e all’aggregazione del materiale mucillaginoso.
Gli aggregati possono presentarsi come piccoli fiocchi.
Filamenti.
Nubi gelatinose.
Strati superficiali.
O grandi masse.
Quindi la mucillagine non è sinonimo di refluo fognario.
Può essere un fenomeno naturale prodotto all’interno dell’ecosistema marino.
Questo, però, non significa che sia ambientalmente irrilevante.
Quando la mucillagine diventa un problema
Naturale non significa necessariamente innocuo per l’ecosistema.
Quando gli aggregati diventano molto abbondanti possono interferire con gli organismi marini.
Possono depositarsi sui fondali.
La degradazione della sostanza organica può contribuire al consumo di ossigeno.
In particolari condizioni possono favorire situazioni di ipossia o anossia e creare impatti sugli organismi bentonici.
Il fenomeno può inoltre avere conseguenze economiche e ricreative.
Reti da pesca imbrattate.
Acqua poco gradevole.
Spiagge meno attraenti.
Perdita di fruibilità turistica.
La lezione è interessante.
Un fenomeno può essere di origine naturale e, allo stesso tempo, avere effetti ambientali importanti.
“Naturale” non significa “irrilevante”.
Esattamente come “visibile” non significa “inquinamento”.
Alghe sulla spiaggia: un altro grande equivoco
Le alghe non sono rifiuti. Ma un accumulo importante può modificare l’ambiente della battigia.
Macroalghe e piante marine fanno parte degli ecosistemi costieri.
Il materiale vegetale spiaggiato può essere perfettamente naturale.
Le banquette di Posidonia oceanica, per esempio, svolgono funzioni ecologiche importanti e contribuiscono alla protezione della spiaggia dall’erosione.
Il fatto che qualcosa sia marrone, abbia un odore marino intenso e si accumuli sulla battigia non lo trasforma automaticamente in “sporcizia”.
Altra cosa è la presenza di rifiuti antropici intrappolati negli accumuli.
Altra cosa ancora è una fioritura microalgale nella colonna d’acqua.
La parola “alga” copre fenomeni completamente differenti.
Ed è qui che bisogna fare una distinzione importante.
L’acqua verde o marrone può essere una fioritura
Il fitoplancton è microscopico. Quando diventa abbastanza abbondante, però, riesce a cambiare il colore del mare.
Una fioritura fitoplanctonica consiste in un rapido aumento della concentrazione di determinati organismi microscopici.
Può conferire all’acqua tonalità verdi, marroni, rossastre o altre colorazioni.
Molte fioriture non rappresentano un pericolo sanitario diretto.
Alcune specie, invece, possono produrre tossine o determinare altri problemi.
Quindi non esiste la regola:
“Acqua colorata = alga tossica.”
Ma non esiste neppure:
“È solo un’alga, quindi possiamo ignorarla.”
Ancora una volta servono identificazione e monitoraggio.
Ostreopsis cf. ovata: la microalga che merita un capitolo a parte
È microscopica, vive soprattutto associata al fondo e può creare problemi anche senza trasformare il mare in una zuppa verde.
Ostreopsis cf. ovata è una dinoflagellata bentonica presente da anni in diverse aree del Mediterraneo.
Può proliferare soprattutto nei mesi caldi in ambienti costieri poco profondi, rocciosi e con condizioni favorevoli.
La normativa applicativa italiana sulle acque di balneazione richiama specificamente la sorveglianza di Ostreopsis e le relative linee guida sanitarie.
L’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato indicazioni specifiche per la gestione del rischio associato alle sue fioriture.
Questo perché alcune fioriture possono essere associate alla produzione di composti tossici e a effetti sanitari.
La peculiarità è che il problema non riguarda soltanto il contatto diretto con l’acqua.
In condizioni di forte fioritura, soprattutto con moto ondoso, aerosol marino contenente materiale algale o tossine può essere associato a irritazioni delle vie respiratorie e degli occhi.
Sono stati descritti sintomi come rinite, faringite, tosse, congiuntivite e, in alcuni casi, febbre, nausea o altri disturbi.
Posso riconoscere Ostreopsis guardando il mare?
No. E questa è una risposta importante.
La singola cellula di Ostreopsis è microscopica.
Quindi nessuno può identificare la specie semplicemente guardando l’acqua.
Durante fioriture importanti possono comparire segnali ambientali compatibili con il fenomeno:
- Film o patine brunastre su rocce e macroalghe.
- Materiale flocculento.
- Schiume o opalescenza dell’acqua.
- Sofferenza o mortalità di alcuni organismi marini.
Ma nessuno di questi elementi è specifico.
La conferma richiede il monitoraggio e l’identificazione.
Quindi, se l’ARPA segnala una fioritura, ha senso seguire le indicazioni fornite.
Se invece vediamo semplicemente una patina marrone, non possiamo battezzarla Ostreopsis dal lettino numero 24.
Alghe tossiche e “mare sporco” non sono sinonimi
Uno dei rischi più interessanti può essere quasi invisibile.
Questo è forse il paradosso migliore dell’intero articolo.
La mucillagine può essere molto evidente e non rappresentare un episodio di contaminazione fecale.
Una fioritura potenzialmente problematica può essere molto meno appariscente.
Un’acqua microbiologicamente non idonea può essere cristallina.
Il rischio sanitario non rispetta la nostra estetica.
Per questo la normativa moderna non giudica il mare in base alla fotografia più bella.
Lo misura.
Lo monitora.
Costruisce profili delle acque di balneazione.
Individua possibili fonti di inquinamento.
Prevede misure di gestione.
È meno romantico.
Ma decisamente più affidabile.
Meduse: se ce ne sono tante significa che il mare è inquinato?
No. Questa equivalenza non è supportata scientificamente.
La presenza di meduse è spesso interpretata come un segnale di mare degradato.
La realtà è più complessa.
Le popolazioni di meduse sono influenzate da cicli biologici, disponibilità di prede, temperatura, salinità, correnti e condizioni oceanografiche.
Diversi fattori antropici, tra cui eutrofizzazione, pesca, modifiche costiere e cambiamento climatico, sono stati proposti come possibili elementi capaci di favorire alcune proliferazioni.
Ma la letteratura scientifica invita alla cautela.
Non esiste una relazione semplice e universale “più inquinamento = più meduse”.
Una revisione pubblicata su Frontiers in Marine Science ha sottolineato proprio quanto le proliferazioni di meduse siano difficili da prevedere e quanto alcune spiegazioni molto diffuse siano più forti della robustezza dei dati disponibili.
Quindi una baia piena di meduse non è automaticamente una baia inquinata.
È una baia in cui, in quel momento, le condizioni hanno concentrato o favorito quegli organismi.
Le correnti possono trasformare una mattina tranquilla in un pomeriggio pieno di meduse
Le meduse sono organismi planctonici o con capacità di nuoto limitata rispetto alle masse d’acqua.
Vento e correnti possono concentrarle lungo tratti di costa.
Lo stesso tratto di mare può quindi apparire quasi privo di meduse al mattino e presentarne numerose poche ore dopo.
La stagionalità è altrettanto importante.
Molte specie seguono cicli riproduttivi e periodi di maggiore presenza.
La temperatura può influenzare diversi aspetti della loro biologia.
Il riscaldamento del Mediterraneo può inoltre favorire l’espansione o la permanenza di specie termofile.
Ma anche in questo caso bisogna evitare il titolo facile.
La medusa non è un misuratore galleggiante di inquinamento.
E allora le meduse cosa ci dicono?
Ci raccontano qualcosa sull’ecosistema. Non ci forniscono da sole un giudizio di balneabilità.
La loro presenza è un’informazione biologica.
Può essere utile per studiare cambiamenti ecologici, distribuzione delle specie, correnti, clima e disponibilità di alimento.
Per il bagnante, però, la questione più immediata è un’altra.
Alcune specie sono urticanti.
Quindi una forte presenza può rendere poco prudente entrare in acqua indipendentemente dalla qualità microbiologica del mare.
È un rischio diverso.
Questo è un concetto che vale per tutto l’articolo.
Balneabilità microbiologica, rischio biologico da organismi urticanti e qualità ambientale sono tre piani che possono sovrapporsi, ma non sono la stessa cosa.
Cosa dovrebbe davvero metterci in allarme?
Nessun segnale visivo è perfetto. Ma alcuni meritano più prudenza di altri.
Ci sono situazioni nelle quali è ragionevole non entrare in acqua in attesa di maggiori informazioni.
- Presenza di un divieto ufficiale di balneazione.
- Scarico evidente o plume anomalo proveniente da una condotta, un canale o una foce.
- Odore intenso riconducibile a reflui, idrocarburi o sostanze chimiche.
- Film superficiali persistenti e fortemente iridescenti di natura sospetta.
- Presenza importante di rifiuti o materiale fecale.
- Mortalità anomala di organismi associata ad alterazioni evidenti dell’acqua.
- Fioritura algale per la quale l’autorità competente abbia diffuso indicazioni sanitarie.
- Acqua fortemente alterata dopo un evento di pioggia intensa in una zona nota per pressioni da scarichi o scolmatori.
Questi segnali non sostituiscono le analisi.
Servono a fare una cosa molto più semplice.
Non ignorare un’anomalia aspettando che qualcuno dimostri il problema dopo il bagno.
Cosa invece non dimostra da solo che il mare sia inquinato?
La natura è disordinata. Per fortuna.
Alcuni fenomeni possono apparire poco gradevoli senza rappresentare, da soli, una prova di inquinamento.
- Schiuma biancastra e opaca.
- Accumuli di alghe o Posidonia sulla battigia.
- Mucillagine marina.
- Acqua torbida dopo mare mosso.
- Acqua marrone per sedimenti vicino a una foce.
- Accumuli di polline.
- Presenza di meduse.
- Colorazioni dovute a fioriture fitoplanctoniche non tossiche.
Il punto non è imparare questo elenco a memoria.
Il punto è capire che ogni fenomeno ha bisogno del proprio meccanismo causale.
“È brutto” non è un meccanismo causale.
L’acqua torbida dopo una mareggiata
A volte il colpevole è semplicemente il fondo del mare.
Onde e correnti possono risospendere sabbia, limo e particelle sedimentate.
Questo fenomeno può ridurre fortemente la trasparenza.
In spiagge sabbiose basta un moto ondoso importante per trasformare un’acqua apparentemente cristallina in una sospensione marrone-grigia.
Non è necessariamente inquinamento.
È fisica.
Il sedimento che ieri era sul fondo oggi è temporaneamente nella colonna d’acqua.
Naturalmente il sedimento può anche trasportare sostanze adsorbite o microrganismi.
Quindi la torbidità non è qualcosa da ignorare sempre.
Ma associare automaticamente “acqua torbida” a “scarico fognario” è tecnicamente scorretto.
Una chiazza iridescente è sempre petrolio?
Anche qui la risposta è no. Ma serve più prudenza.
Alcune sostanze naturali possono creare film superficiali.
Fenomeni biologici e materiali organici possono modificare la riflessione della luce.
Una vera contaminazione da idrocarburi, però, può produrre film caratteristici, odore specifico e altre evidenze.
Se osserviamo una chiazza sospetta persistente, soprattutto vicino a porti, imbarcazioni o scarichi, non è sensato provare a classificarla con un dito.
Meglio evitare il contatto e segnalarla alle autorità competenti.
Questa è una regola generale molto utile.
Quando il fenomeno può coinvolgere sostanze chimiche, l’esperimento “tocchiamo e vediamo” è esattamente quello da non fare.
Odore di fogna: un segnale da prendere sul serio
Il naso non è un laboratorio, ma a volte è un ottimo allarme.
Un odore intenso e insolito compatibile con reflui o decomposizione, soprattutto se associato a scarichi, acqua alterata o presenza di materiale sospetto, merita attenzione.
L’odore da solo non identifica la sostanza.
Ma, rispetto a una semplice schiuma naturale, cambia il livello di sospetto.
Lo stesso vale per odori di solvente o idrocarburi.
La regola pratica è semplice.
Più segnali anomali si presentano insieme, meno ha senso minimizzarli.
Il grande errore delle fotografie sui social
Una foto può mostrare il fenomeno. Raramente può dimostrarne la causa.
Ogni estate circolano immagini di coste con schiuma, mucillagine o acqua colorata accompagnate da diagnosi definitive.
“Disastro ambientale.”
“Scarichi tossici.”
“Alghe velenose.”
A volte dietro una fotografia c’è davvero un problema.
Altre volte c’è una fioritura naturale.
Un accumulo di polline.
Sedimento.
Sostanza organica.
Il punto non è difendere il mare a prescindere.
È difendere la qualità dell’informazione.
Per attribuire una causa servono dati.
Campionamento.
Analisi.
Contesto.
Conoscenza delle pressioni locali.
Una fotografia è un ottimo motivo per fare una domanda.
Non sempre è sufficiente per dare la risposta.
Anche il mare cristallino può ingannarci
Se vogliamo un’immagine simbolica di questo articolo, è proprio questa.
Immaginiamo una piccola spiaggia.
Acqua perfettamente trasparente.
Nessuna schiuma.
Nessuna alga.
Nessun odore.
Poche ore prima una precipitazione intensa ha determinato un apporto microbiologico.
A occhio non vedremo Escherichia coli.
Non vedremo gli enterococchi.
Non vedremo necessariamente nulla.
Ecco perché la classificazione e il monitoraggio microbiologico esistono.
Il rischio più importante per la balneazione non è obbligato a essere fotogenico.
Un piccolo metodo pratico prima di entrare in acqua
Non trasforma il turista in un tecnico ARPA. Ma aiuta a evitare decisioni basate soltanto sull’impressione.
Prima di fare il bagno, soprattutto se qualcosa ci sembra insolito, possiamo fare alcune verifiche semplici.
- Controllare se l’area è ufficialmente destinata alla balneazione.
- Verificare eventuali cartelli di divieto o avvisi.
- Consultare il Portale Acque o le informazioni regionali.
- Considerare se nelle ore precedenti ci siano state precipitazioni intense.
- Guardare la vicinanza a foci, canali o scarichi.
- Valutare se l’anomalia è localizzata o interessa un’area molto vasta.
- Prestare attenzione alla presenza contemporanea di odori insoliti, film superficiali, rifiuti o mortalità di organismi.
- Seguire eventuali indicazioni relative a fioriture di Ostreopsis o altre microalghe.
- In presenza di dubbio concreto, scegliere un altro tratto di costa.
Dopo l’ultimo bullet point il ragionamento deve tornare al punto fondamentale.
Una giornata di mare non vale la necessità di dimostrare che avevamo ragione.
Se l’anomalia è seria e non abbiamo informazioni, spostarsi di qualche centinaio di metri è spesso la decisione più razionale.
Se vedo qualcosa di strano, a chi lo segnalo?
Segnalare bene è molto più utile che pubblicare soltanto una fotografia indignata.
In presenza di un fenomeno anomalo significativo è possibile rivolgersi, a seconda del caso e dell’organizzazione territoriale, al Comune, alla Capitaneria di Porto, all’ARPA competente o agli altri enti preposti.
Per le informazioni sulla balneazione il riferimento nazionale rimane il Portale Acque del Ministero della Salute.
Una segnalazione utile dovrebbe indicare:
- Posizione precisa.
- Data e ora.
- Estensione approssimativa del fenomeno.
- Presenza di odori.
- Colore e caratteristiche visive.
- Eventuale presenza di scarichi, foci o imbarcazioni nelle vicinanze.
- Fotografie, quando disponibili.
Questo aiuta chi deve verificare a distinguere un fenomeno locale effimero da qualcosa che richiede campionamenti o interventi.
Mare pulito non significa mare sterile
E per fortuna.
Il mare è un ecosistema.
Contiene batteri.
Fitoplancton.
Zooplancton.
Alghe.
Meduse.
Materia organica.
Sedimenti.
Pollini.
Uova e larve.
Residui di organismi.
La visione di un’acqua marina “perfetta” come liquido azzurro completamente privo di particelle è molto più vicina a una piscina che al mare reale.
Un ecosistema biologicamente attivo produce fenomeni visibili.
Schiume naturali.
Fioriture.
Accumuli.
Spiaggiamenti.
Il problema non è la presenza della vita.
Il problema è distinguere la normale dinamica dell’ecosistema dagli effetti delle pressioni antropiche che possono compromettere ambiente e salute.
Il vero significato della parola “inquinamento”
Non significa semplicemente “qualcosa che non mi piace vedere”.
In senso ambientale, l’inquinamento implica l’introduzione diretta o indiretta, per attività umana, di sostanze o energia nell’ambiente con effetti negativi o potenzialmente negativi.
Questo è molto diverso da una mucillagine prodotta da processi biologici naturali.
Ma la distinzione non deve diventare una scusa.
Le attività umane possono modificare nutrienti, temperature, habitat, carico organico e altre condizioni capaci di influenzare anche fenomeni biologici.
Il mare funziona per interazioni.
Per questo il confine tra “naturale” e “antropico” non è sempre una linea semplice.
È possibile che un fenomeno biologico naturale sia favorito da condizioni alterate dall’uomo.
Ed è possibile che un fenomeno perfettamente naturale si verifichi anche in un mare con ottima qualità.
La corretta interpretazione richiede sempre contesto.
Le meduse chiudono perfettamente il cerchio
Sono visibili, emozionano, infastidiscono e vengono subito trasformate in un indicatore ambientale. Ma la realtà non è così comoda.
Una medusa in acqua ci dà un’informazione certa.
C’è una medusa.
Tutto il resto richiede cautela.
Non dimostra che il mare sia sporco.
Non dimostra che sia pulito.
Non dimostra che la temperatura sia “anomala”.
Non dimostra che la pesca sia eccessiva.
Può essere coerente con molte condizioni ecologiche contemporaneamente.
È forse la miglior metafora per tutto ciò che osserviamo in spiaggia.
Vedere è importante.
Interpretare è un’altra cosa.
La conclusione
Il mare non si giudica con una scala cromatica. E neppure con il livello di disgusto che ci provoca una schiuma.
Schiuma.
Mucillagine.
Alghe.
Acqua verde.
Acqua marrone.
Meduse.
Sono tutti fenomeni capaci di cambiare radicalmente la nostra percezione di una spiaggia.
Ma non hanno lo stesso significato.
Una schiuma bianca può essere prodotta da tensioattivi naturali.
Una schiuma anomala può essere associata a uno scarico.
Una mucillagine può essere un fenomeno biologico naturale.
Una fioritura microalgale può essere innocua oppure richiedere attenzione sanitaria.
La presenza di Ostreopsis deve essere valutata attraverso monitoraggi specifici.
Le meduse non sono un indicatore affidabile di inquinamento.
Un’acqua torbida può essere semplicemente piena di sedimento.
Un’acqua cristallina può presentare un problema microbiologico invisibile.
Per questo il messaggio finale è forse meno spettacolare di una fotografia virale, ma molto più utile.
Il mare va osservato.
Ma la balneabilità va verificata.
In Italia esiste un sistema strutturato di monitoraggio, basato sulla Direttiva 2006/7/CE, sul D.Lgs. 116/2008 e sui relativi decreti applicativi.
I dati ufficiali sono consultabili.
Le anomalie possono essere segnalate.
Le fioriture algali vengono monitorate quando necessario.
La cosa più intelligente che possiamo portare in vacanza, insieme alla crema solare, è quindi un principio semplice.
Non dobbiamo avere paura di tutto ciò che il mare ci mostra.
Ma non dobbiamo neppure credere che ciò che non vediamo non esista.
Tra allarmismo e superficialità c’è uno spazio molto più interessante.
Si chiama conoscenza.
Riferimenti normativi e tecnico-scientifici
- Direttiva 2006/7/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa alla gestione della qualità delle acque di balneazione.
- D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 116, attuazione della Direttiva 2006/7/CE.
- D.M. 30 marzo 2010, criteri per il divieto di balneazione e specifiche tecniche di attuazione del D.Lgs. 116/2008.
- D.M. 19 aprile 2018, modifica del D.M. 30 marzo 2010.
- D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale.
- Ministero della Salute, Portale Acque, sezione Acque di balneazione.
- European Environment Agency, Bathing water quality 2025 – Italy country profile, giugno 2026.
- Istituto Superiore di Sanità, Rapporto ISTISAN 14/19, Ostreopsis cf. ovata: linee guida per la gestione delle fioriture nelle acque di balneazione.
- ARPA Lazio, Il fenomeno delle schiume in mare e le attività di controllo, 2025.
- ISPRA, Le mucillagini in Alto Adriatico.
- Fernández-Alías A. et al., The unpredictability of scyphozoan jellyfish blooms, Frontiers in Marine Science, 2024.
