Riaprire un edificio non significa soltanto riaprire i rubinetti

Dopo settimane di utilizzo ridotto, il primo getto d’acqua è solo la parte visibile di un fenomeno molto più esteso.

Settembre ha un rituale abbastanza prevedibile.
Si riaccendono le luci, si aprono le finestre, si riavviano gli impianti, si rimettono in funzione palestre, scuole, uffici, studi professionali, strutture stagionali e locali rimasti parzialmente vuoti durante l’estate.
Poi qualcuno apre un rubinetto per qualche secondo, vede uscire acqua limpida e conclude che anche l’impianto idrico sia tornato alla normalità.
È un gesto comprensibile.
Ma tecnicamente può essere del tutto insufficiente.
Un edificio che ha lavorato a regime ridotto non contiene semplicemente qualche litro di acqua ferma nel flessibile del lavabo.
Può avere intere montanti con consumi molto inferiori al normale, diramazioni quasi mai utilizzate, accumuli con ricambio insufficiente, anelli di ricircolo squilibrati, docce chiuse per settimane, rompigetti incrostati, filtri fermi, addolcitori che non hanno rigenerato come previsto e apparecchiature alimentate dalla rete nelle quali l’acqua ha seguito tempi di permanenza molto diversi dal progetto.
Per questo la riapertura non dovrebbe essere interpretata come un interruttore.
È una fase di recommissioning, cioè di rimessa in servizio controllata del sistema.
La domanda corretta non è soltanto: l’acqua esce?
La domanda è: il sistema è tornato a funzionare nelle condizioni idrauliche, termiche e igieniche previste?

Il vero problema si chiama perdita del regime normale

L’acqua di un edificio resta sotto controllo soprattutto quando l’impianto funziona come è stato progettato e gestito.

In condizioni ordinarie l’utilizzo degli utenti produce ricambio.
Il ricambio trascina acqua nuova nelle diramazioni, contribuisce a mantenere le temperature previste, rinnova il disinfettante residuo quando presente e limita i tempi di contatto tra acqua e materiali.
Quando l’occupazione diminuisce, questo equilibrio cambia.
Non serve che l’edificio sia completamente chiuso.
È sufficiente che alcune zone lavorino molto meno del solito.
Un piano di uffici può essere formalmente aperto ma frequentato da tre persone invece di cinquanta.
Un albergo può mantenere occupate soltanto alcune camere.
Una palestra può chiudere gli spogliatoi secondari.
Una scuola può avere attività amministrative durante l’estate mentre aule, laboratori, docce e palestre interne restano sostanzialmente inutilizzati.
Dal punto di vista idraulico questa è già una modifica importante.
La stagnazione non è quindi un fenomeno binario, presente solo quando l’edificio è chiuso.
Esiste anche una stagnazione selettiva, distribuita in modo irregolare nella rete.
Ed è spesso più difficile da riconoscere perché il resto dell’edificio continua a dare l’impressione di funzionare normalmente.

Cosa cambia nell’acqua durante il basso utilizzo

La stagnazione non aggiunge automaticamente un contaminante. Modifica però le condizioni che regolano la qualità dell’acqua all’interno dell’edificio.

L’acqua che entra nell’edificio ha caratteristiche definite in quel momento dal sistema idro-potabile.
Una volta entrata, inizia a interagire con tubazioni, raccordi, guarnizioni, depositi, biofilm, trattamenti e temperature dell’ambiente costruito.
Più aumenta il tempo di permanenza, più queste interazioni possono diventare rilevanti.
Il disinfettante residuo, se presente, tende a consumarsi attraverso reazioni con materia organica, superfici e depositi.
La temperatura dell’acqua fredda può aumentare, soprattutto in cavedi caldi, locali tecnici o tratti affiancati alle tubazioni dell’acqua calda.
L’acqua calda può invece raffreddarsi nelle diramazioni inutilizzate e permanere a lungo nell’intervallo favorevole alla crescita microbica.
I metalli possono essere rilasciati dalle superfici in misura diversa rispetto alle condizioni di flusso ordinario.
Il biofilm può modificarsi e le comunità microbiche adattarsi alle nuove condizioni.
Sedimenti e prodotti di corrosione possono accumularsi o, alla ripresa dei flussi, essere mobilizzati.
Nessuno di questi fenomeni implica automaticamente che l’acqua sia diventata pericolosa.
Implica però che l’impianto non dovrebbe essere considerato identico a quello lasciato prima della pausa.
La riapertura serve proprio a verificare che i parametri di controllo siano rientrati nel regime previsto.

La scienza sulla stagnazione è ormai molto chiara

Gli studi sugli edifici a basso utilizzo hanno mostrato che il problema riguarda contemporaneamente microbiologia, disinfettante, temperatura e interazioni con i materiali.

La chiusura di numerosi edifici durante la pandemia ha creato, suo malgrado, un enorme esperimento sulla stagnazione nelle reti interne.
Studi condotti su edifici rimasti a lungo inutilizzati hanno evidenziato modifiche della comunità microbica e, in determinate condizioni, un aumento della presenza di Legionella durante periodi di stagnazione estrema.
La letteratura ha anche mostrato che il semplice ritorno del consumo non ripristina necessariamente tutti i parametri nello stesso istante.
Alcuni tratti possono ricambiarsi rapidamente.
Altri richiedono più tempo.
I dispositivi terminali possono mantenere condizioni diverse dalla tubazione principale.
Il disinfettante può tornare a livelli attesi prima che altri indicatori si siano stabilizzati, oppure accadere il contrario.
Per questo le linee internazionali sulla riapertura insistono su un principio apparentemente banale: il flussaggio deve sostituire realmente l’acqua stagnante presente nel sistema.
Non deve semplicemente dimostrare che il rubinetto funziona.

Il quadro normativo italiano

La riapertura dopo una pausa estiva non è disciplinata da una singola norma che prescrive una procedura uguale per ogni edificio.

Il riferimento generale per la qualità dell’acqua destinata al consumo umano è la Direttiva (UE) 2020/2184, recepita in Italia dal D.Lgs. 18/2023 e successivamente modificata e integrata dal D.Lgs. 102/2025.
Il decreto italiano adotta un approccio alla sicurezza dell’acqua basato sul rischio e copre l’intera filiera fino ai punti nei quali la conformità deve essere rispettata.
L’articolo 5, nel testo vigente dopo il D.Lgs. 102/2025, stabilisce che per le acque fornite attraverso il sistema di distribuzione interno il relativo gestore assicura che i valori di parametro rispettati al punto di consegna siano mantenuti al punto di utenza nei locali pubblici e privati.
La norma aggiunge poi una disciplina specifica per edifici e locali prioritari, per i quali il gestore della distribuzione interna deve adempiere agli obblighi di valutazione e gestione del rischio previsti dall’articolo 9.
Questa distinzione è fondamentale.
Non significa che ogni scuola, condominio, studio professionale o piccola attività debba applicare automaticamente lo stesso PSA o lo stesso programma previsto per una struttura prioritaria.
Significa però che la qualità dell’acqua a valle del punto di consegna non può essere trattata come un fatto estraneo alla gestione dell’edificio.
Quando la rete interna modifica la qualità dell’acqua o crea condizioni di rischio, il problema è interno e deve essere gestito in modo proporzionato.

Articolo 9 ed edifici prioritari

Per gli edifici individuati come prioritari il legislatore rende esplicita la valutazione e gestione del rischio dei sistemi di distribuzione interni.

L’articolo 9 del D.Lgs. 18/2023, come aggiornato dal D.Lgs. 102/2025, prevede che i gestori della distribuzione idrica interna effettuino una valutazione e gestione del rischio nei sistemi interni delle strutture prioritarie indicate nell’Allegato VIII.
La valutazione deve porre particolare attenzione ai parametri della Parte D dell’Allegato I, quindi in particolare Legionella e piombo, e deve prevedere misure preventive e correttive proporzionate al rischio.
Lo stesso articolo richiama espressamente il Rapporto ISTISAN 22/32 e le sue successive revisioni come riferimento tecnico per la valutazione e gestione del rischio nei sistemi di distribuzione interni.
La riapertura dopo un periodo di basso utilizzo è quindi un evento che può modificare il profilo di rischio e che, negli edifici prioritari, deve essere letto all’interno del sistema di gestione già previsto.
Non è una parentesi estiva separata dalla valutazione del rischio.
È una condizione operativa del sistema idrico che può richiedere controlli, registrazioni e misure specifiche.

Rapporto ISTISAN 22/32: perché è centrale

Il documento ISS porta l’attenzione esattamente sui fenomeni che una pausa estiva può amplificare.

Il Rapporto ISTISAN 22/32 considera tra gli elementi di rischio dei sistemi di distribuzione interni l’estensione delle reti, i fenomeni di fermo impianto, i flussi intermittenti, i ristagni associati all’uso discontinuo di locali o stanze e le condizioni dei sistemi di acqua calda sanitaria.
Questa impostazione è particolarmente utile perché sposta il ragionamento dal singolo parametro al funzionamento del sistema.
Una camera chiusa non è importante perché è una camera chiusa.
È importante perché crea un ramo con un profilo di utilizzo differente.
Un piano inutilizzato non è importante perché sulla porta c’è scritto chiuso.
È importante perché può contenere un volume significativo di acqua che non partecipa al normale ricambio della rete.
Un accumulo non è critico per definizione.
Lo diventa se il volume, la temperatura, il ricambio e la manutenzione creano condizioni favorevoli al deterioramento della qualità.
Questa è la logica corretta da portare nella riapertura.

Le Linee guida Legionella 2015 non vanno dimenticate

Il quadro sull’acqua potabile non sostituisce le indicazioni nazionali specifiche per la prevenzione e il controllo della legionellosi.

Le Linee guida nazionali per la prevenzione e il controllo della legionellosi, approvate in Conferenza Stato-Regioni il 7 maggio 2015 e pubblicate dal Ministero della Salute, restano il riferimento nazionale ufficialmente pubblicato per la gestione tecnica del rischio Legionella.
Il loro ruolo è diverso da quello del D.Lgs. 18/2023.
Il decreto è una fonte legislativa.
Le Linee guida forniscono criteri tecnici di prevenzione, valutazione e controllo del rischio.
Leggerli insieme è indispensabile.
Le Linee guida raccomandano di evitare ristagni, mantenere condizioni termiche sfavorevoli alla proliferazione, curare terminali e rompigetti e gestire con attenzione i punti poco utilizzati.
Per le strutture ricettive prevedono espressamente il flussaggio di acqua calda e fredda nei rubinetti e nelle docce delle camere non occupate e comunque prima della loro occupazione.
Per gli edifici a funzionamento stagionale prevedono, prima della riapertura, interventi più strutturati comprendenti pulizia, disinfezione della rete e prolungato deflusso dell’acqua dalle erogazioni.
Queste indicazioni non devono essere estrapolate e trasformate in una procedura identica per qualsiasi edificio.
Devono però essere considerate seriamente quando la configurazione e il modello di utilizzo sono realmente assimilabili alle situazioni descritte.

Il CDC dice di flussare tutto. È applicabile anche in Italia?

Sì come principio tecnico. No come automatica trasposizione normativa.

Il Centers for Disease Control and Prevention statunitense dedica una guida specifica alla riapertura di edifici dopo chiusura prolungata o funzionamento ridotto.
Il CDC sottolinea che la stagnazione può aumentare il rischio di crescita e diffusione di Legionella e di altri batteri associati al biofilm, ridurre il disinfettante residuo e modificare la temperatura dell’acqua.
Tra le misure di riapertura indica il flussaggio di acqua calda e fredda attraverso tutti i punti d’uso.
Aggiunge un dettaglio molto importante: negli edifici grandi il flussaggio può dover essere eseguito per segmenti, per esempio per piani o singole stanze, a causa delle dimensioni dell’impianto e della pressione disponibile.
Lo scopo dichiarato non è far scorrere acqua per un tempo simbolico.
È sostituire l’acqua presente nelle tubazioni dell’edificio con acqua nuova.
Questo principio è tecnicamente valido anche da noi.
Non bisogna però importare meccanicamente temperature, responsabilità o protocolli americani quando il quadro italiano prevede criteri diversi.
L’insegnamento da utilizzare è il metodo: conoscere il sistema, ricambiare realmente i volumi, verificare i parametri di controllo e documentare la riapertura.

Il flussaggio di pochi secondi

Il rubinetto può sembrare perfettamente normale mentre a monte restano decine o centinaia di litri che non sono stati realmente sostituiti.

Questo è probabilmente l’errore più comune.
Aprire ogni rubinetto per dieci secondi dà una sensazione di attività.
Ma la rete non ragiona in secondi.
Ragiona in volumi, portate e percorsi idraulici.
Se una diramazione contiene cinquanta litri e dal terminale stiamo scaricando quattro litri al minuto, un flussaggio di pochi secondi ricambia soltanto una piccola frazione del volume.
Se più punti vengono aperti contemporaneamente, la portata disponibile a ciascun terminale può ridursi e il ricambio diventare ancora meno prevedibile.
Se il ramo termina con un miscelatore termostatico, un’apparecchiatura o un tratto poco attraversato, la parte realmente rinnovata può essere diversa da quella immaginata.
Il tempo non deve quindi essere deciso da una formula universale.
Deve essere sufficiente a ottenere un ricambio coerente con il volume e con i criteri di stabilizzazione scelti.
In alcune situazioni il riferimento operativo può essere la stabilizzazione della temperatura.
In altre la stabilizzazione del disinfettante residuo, quando pertinente e misurabile.
In altre ancora il calcolo dei volumi interni e delle portate.
La buona procedura utilizza più di un indicatore quando il sistema è complesso.

Prima di aprire i rubinetti: conoscere la rete

Il flussaggio più efficace è quello progettato prima di far uscire la prima goccia.

Prima della riapertura conviene ricostruire quali zone siano state realmente inattive.
Non basta sapere che l’edificio era chiuso dal 5 al 25 agosto.
Bisogna capire se durante quel periodo qualcuno abbia utilizzato alcuni bagni, se la cucina abbia continuato a funzionare, se gli addetti alle pulizie abbiano aperto alcuni rubinetti, se l’impianto ACS sia rimasto attivo, se il ricircolo abbia funzionato e se siano state eseguite manutenzioni.
Queste informazioni determinano il vero profilo di stagnazione.
La planimetria idrica, quando disponibile, deve essere confrontata con l’uso reale.
È utile individuare montanti, estremità di rete, rami lunghi, locali scarsamente utilizzati, accumuli, produttori ACS, anelli di ricircolo, valvole termostatiche, trattamenti, erogatori, macchine per il ghiaccio, fontanelle, docce, lavabi, lavastoviglie professionali, riuniti odontoiatrici o altre apparecchiature collegate.
In un edificio complesso il vero rischio non è dimenticare un rubinetto evidente.
È dimenticare un volume d’acqua che non vediamo.

Montanti e diramazioni poco utilizzate

Una rete verticale può essere perfettamente attiva al piano terra e quasi ferma all’ultimo piano.

Gli edifici multipiano richiedono una lettura per colonne e zone.
Un flussaggio al piano terra non dimostra che l’acqua dell’ultimo piano sia stata ricambiata.
Anzi, l’apertura dei terminali più vicini al punto di ingresso può sottrarre portata alle zone distali e ridurre l’efficacia del flussaggio dove servirebbe di più.
Per questo negli edifici estesi può essere utile procedere secondo una sequenza definita.
Si possono trattare progressivamente colonne, piani o zone, verificando che ogni segmento raggiunga i criteri stabiliti.
La sequenza deve tenere conto della configurazione reale della rete.
Non esiste la regola universale sempre dal basso verso l’alto o sempre dal punto più lontano.
Esiste una progettazione idraulica del ricambio.

Accumuli di acqua fredda

Il serbatoio che nessuno ha guardato durante l’estate può determinare la qualità di tutto ciò che viene flussato a valle.

Se l’edificio dispone di serbatoi di accumulo o autoclavi, la riapertura deve partire anche da lì.
Flussare perfettamente i rubinetti con acqua proveniente da un accumulo in cattive condizioni significa soltanto distribuire più velocemente il problema.
Vanno considerate integrità delle coperture, presenza di sedimenti, condizioni di pulizia, temperature, ricambio e manutenzioni programmate.
Nei sistemi in cui l’accumulo è parte integrante del normale esercizio, il semplice fatto di essere rimasto pieno non implica automaticamente la necessità di sanificazione.
Ma una lunga inattività, un precedente storico di criticità, temperature elevate, sedimenti evidenti o una manutenzione non eseguita possono modificare la decisione.
La procedura deve essere basata sul rischio e sulle indicazioni del sistema di gestione.

Acqua calda sanitaria: il ricircolo può ingannare

Il fatto che il circolatore sia acceso non dimostra che ogni ramo dell’ACS sia sotto controllo.

Il ricircolo serve a mantenere l’acqua calda in movimento nelle parti della rete progettate per essere ricircolate.
Le diramazioni terminali dopo l’anello, però, possono continuare a stagnare.
Inoltre un anello sbilanciato può inviare più portata ai rami favoriti e lasciare altri rami con temperature di ritorno insufficienti.
Durante la pausa estiva può essere stato modificato il set point del produttore, spento il ricircolo per risparmiare energia o ridotta la temperatura di accumulo.
Alla riapertura occorre verificare che il sistema abbia ripreso il proprio regime prima di utilizzare la temperatura come indicatore di controllo.
La misura non dovrebbe fermarsi alla temperatura in centrale.
Servono, quando pertinenti, mandata, ritorno e punti rappresentativi o distali.
La rete può avere un bollitore a 60 °C e contemporaneamente una diramazione terminale che rimane per ore in un intervallo favorevole alla proliferazione.

Acqua fredda che in estate non è più fredda

La pausa estiva combina due fattori: meno ricambio e temperature ambientali più elevate.

L’estate è un periodo particolare per la rete di acqua fredda.
Cavedi tecnici, sottotetti, controsoffitti e locali senza climatizzazione possono raggiungere temperature elevate.
Una tubazione poco utilizzata ha più tempo per avvicinarsi alla temperatura dell’ambiente circostante.
Se corre vicino a tubazioni calde o in cavedi poco ventilati, il problema aumenta.
Le Linee guida Legionella indicano come obiettivo tecnico il mantenimento dell’acqua fredda sotto i 20 °C, quando possibile, proprio per limitare le condizioni favorevoli alla proliferazione.
Una misura immediata al primo getto racconta l’acqua stagnante nel terminale.
Una misura dopo flussaggio racconta invece, almeno in parte, la condizione dell’acqua che arriva dal ramo a monte.
La differenza tra le due può essere molto istruttiva.

Docce e spogliatoi

Sono punti da gestire con particolare attenzione perché combinano stagnazione e produzione di aerosol.

Una doccia poco utilizzata non è soltanto un terminale con acqua ferma.
È anche un dispositivo capace di trasformare l’acqua in aerosol respirabile.
Soffioni, flessibili e miscelatori possono inoltre contenere volumi interni, incrostazioni e biofilm.
Prima della riapertura di palestre, spogliatoi, centri sportivi, strutture ricettive e altri ambienti con docce, il flussaggio deve essere organizzato riducendo per quanto possibile l’esposizione dell’operatore agli aerosol.
Le operazioni vanno eseguite prima del ritorno degli utilizzatori e con modalità coerenti con la valutazione del rischio.
Pulizia, disincrostazione e, quando prevista, disinfezione dei soffioni non devono essere confuse con il semplice flussaggio della tubazione.
Sono interventi complementari.

Rompigetti, flessibili e terminali

La riapertura può far emergere un problema che era rimasto nascosto negli ultimi centimetri dell’impianto.

Rompigetti e aeratori trattengono sedimenti e possono incrostarsi.
Flessibili e doccette presentano superfici e volumi nei quali il ricambio può essere differente rispetto alla tubazione principale.
Dopo un lungo periodo di inutilizzo è opportuno verificarne lo stato, pulirli o sostituirli quando necessario e assicurarsi che l’intervento non produca a sua volta contaminazione.
Le Linee guida Legionella attribuiscono esplicitamente importanza alla pulizia e disincrostazione dei terminali.
È un dettaglio pratico molto importante.
Un campione prelevato dopo un terminale molto sporco può descrivere una criticità locale che non coincide con la condizione dell’intera rete.
Viceversa, un terminale appena sostituito può temporaneamente nascondere una criticità presente a monte.
Anche qui il punto di prelievo deve rispondere alla domanda tecnica.

Addolcitori: dopo la pausa non basta verificare che siano accesi

Resine, rigenerazioni, salamoia e tempi di fermo fanno parte della qualità dell’acqua trattata.

Un addolcitore è parte dell’impianto idrico.
Se resta a basso utilizzo per settimane, il suo comportamento deve essere considerato nella riapertura.
Occorre verificare lo stato della salamoia, il programma di rigenerazione, eventuali allarmi, manutenzioni, periodi di bypass e le istruzioni specifiche del costruttore.
Non è corretto inventare una rigenerazione o una sanificazione standard valida per ogni apparecchio.
Le procedure devono seguire manuale, caratteristiche dell’impianto e valutazione del rischio.
Il D.M. 25/2012 sulle apparecchiature per il trattamento dell’acqua destinata al consumo umano richiede che tali sistemi siano utilizzati e mantenuti secondo le indicazioni previste e che la manutenzione sia parte integrante della garanzia delle prestazioni dichiarate.
La riapertura è quindi un momento naturale per verificare che il trattamento non sia diventato esso stesso una zona di stagnazione.

Filtri e carbone attivo

Un filtro fermo non torna automaticamente nuovo quando ricomincia a passare acqua.

Filtri meccanici, cartucce, carbone attivo e altri dispositivi possono richiedere sostituzioni, lavaggi, sanitizzazioni o altre operazioni definite dal produttore.
Il carbone attivo merita particolare attenzione perché rimuove o riduce il disinfettante residuo e offre una superficie molto ampia.
Questo non significa che il carbone attivo sia un trattamento insicuro.
Significa che la manutenzione non è facoltativa.
Dopo una lunga pausa occorre verificare la vita utile, le condizioni di conservazione, l’eventuale scadenza, il volume trattato e le istruzioni di rimessa in servizio.
Flussare l’edificio senza considerare il filtro può produrre un paradosso: la rete viene ricambiata, ma continua a essere alimentata attraverso un dispositivo non correttamente recommissionato.

Apparecchiature alimentate dalla rete

La rete non finisce al rubinetto.

Macchine per il ghiaccio, erogatori refrigerati, distributori di bevande, lavastoviglie professionali, apparecchiature sanitarie, docce di emergenza, fontanelle e altri dispositivi contengono acqua o sono collegati all’acqua.
Alcuni hanno filtri propri.
Alcuni hanno piccoli serbatoi.
Alcuni generano aerosol.
Altri producono ghiaccio o acqua destinata direttamente al consumo.
Il CDC richiama esplicitamente la necessità di considerare i dispositivi che utilizzano acqua e di seguire le istruzioni dei produttori, perché il semplice flussaggio delle tubazioni può non essere sufficiente.
La regola è semplice: se un’apparecchiatura è rimasta ferma con acqua al suo interno, deve comparire nella procedura di riapertura.

Tratti esclusi dal flussaggio

Il terminale che nessuno utilizza è spesso quello che nessuno ricorda.

Bagni di servizio.
Docce non più utilizzate.
Lavabi in locali tecnici.
Rubinetti esterni.
Punti predisposti per apparecchiature temporaneamente rimosse.
Diramazioni verso piani chiusi.
Questi punti possono non entrare mai nel normale percorso di ricambio se la procedura si concentra soltanto sulle utenze principali.
Il censimento dei terminali è quindi uno dei passaggi più utili.
Non serve soltanto per la riapertura.
Può far emergere tratti che, anche durante l’anno, dovrebbero essere eliminati, isolati correttamente o inseriti in un programma di flussaggio.

La riapertura può diventare un audit dell’impianto

Settembre è un buon momento per scoprire ciò che durante l’anno viene nascosto dall’uso quotidiano.

Un punto che impiega molto tempo a raggiungere la temperatura attesa può indicare una diramazione lunga o una portata insufficiente.
Una temperatura di ritorno ACS anomala può suggerire uno squilibrio del ricircolo.
Un’acqua fredda che resta calda dopo un lungo flussaggio può indicare guadagno termico strutturale.
Un filtro che genera torbidità o odore dopo il riavvio richiede una verifica specifica.
Una zona che non riceve sufficiente portata quando vengono aperti altri punti può evidenziare un problema idraulico.
La riapertura, se documentata bene, non serve quindi soltanto a superare il periodo di fermo.
Può produrre informazioni utili per migliorare stabilmente la gestione del sistema.

Come si progetta un flussaggio serio

Non esiste un numero magico di minuti valido per ogni rubinetto.

Un protocollo efficace parte dall’obiettivo.
L’obiettivo è sostituire l’acqua stagnante e riportare il sistema verso condizioni operative stabili.
Per farlo bisogna conoscere almeno in modo approssimativo i volumi delle principali sezioni, le portate disponibili e la sequenza idraulica.
Negli edifici piccoli può essere sufficiente una procedura relativamente semplice.
Negli edifici grandi può essere necessario suddividere la rete in zone.
Il CDC indica espressamente che il flussaggio può dover essere effettuato per segmenti, piani o singole stanze.
Dal punto di vista tecnico è una soluzione sensata anche nel contesto italiano, purché adattata all’impianto.
Aprire contemporaneamente tutto non è sempre la scelta migliore.
Può ridurre le portate, alterare le pressioni e rendere difficile capire quali rami siano stati realmente rinnovati.
La procedura dovrebbe invece permettere di sapere dove siamo arrivati, cosa abbiamo verificato e cosa manca ancora.

Quanto deve durare il flussaggio?

La risposta più professionale è: abbastanza da raggiungere un criterio tecnico, non abbastanza da soddisfare un cronometro.

Il tempo può essere stimato dal volume della tubazione e dalla portata reale.
Può essere verificato attraverso la stabilizzazione della temperatura.
Può essere integrato dalla misura del disinfettante residuo quando il gestore utilizza un disinfettante e il parametro è pertinente.
Può essere influenzato dalla presenza di accumuli, filtri, miscelatori e apparecchiature.
In una diramazione corta bastano tempi relativamente ridotti.
In una rete molto estesa no.
Per questo indicare in un articolo serio un tempo universale, per esempio due, cinque o dieci minuti per qualsiasi punto d’uso, sarebbe tecnicamente sbagliato.
Esistono indicazioni specifiche in determinati contesti, come quelle delle Linee guida Legionella per le camere di strutture ricettive.
Ma il dimensionamento della riapertura di un intero edificio deve andare oltre la semplice ripetizione di quel numero.

Temperatura: uno dei migliori indicatori operativi

La temperatura non dimostra da sola che l’acqua sia microbiologicamente sicura, ma racconta molto sul funzionamento della rete.

Durante il flussaggio dell’acqua fredda si può osservare la diminuzione e la successiva stabilizzazione della temperatura.
Se il valore rimane elevato anche dopo ricambio significativo, il problema potrebbe non essere la sola stagnazione terminale.
Potrebbero essere coinvolti il percorso della tubazione, l’isolamento, la temperatura del locale tecnico o il contatto termico con reti calde.
Per l’ACS la misura deve essere interpretata tenendo conto del produttore, del ricircolo, dei dispositivi antiscottatura e della posizione del punto.
Le Linee guida nazionali Legionella indicano come criteri tecnici il mantenimento dell’acqua calda sanitaria a temperature sfavorevoli alla proliferazione, con particolare attenzione al superamento dei 50 °C all’erogazione ove le caratteristiche dell’impianto lo consentano, e dell’acqua fredda sotto i 20 °C.
Quando queste condizioni non possono essere ottenute, il rischio deve essere gestito con misure alternative adeguate e motivate.
La temperatura è quindi un indicatore di gestione, non un certificato di assenza di Legionella.

Disinfettante residuo: utile, ma solo quando ha senso misurarlo

Un numero è utile soltanto se sappiamo da dove dovrebbe arrivare e che cosa rappresenta.

In reti alimentate con acqua disinfettata, il residuo può diminuire durante la stagnazione e tornare verso valori più rappresentativi dopo il ricambio.
La misura può quindi aiutare a capire se acqua nuova stia effettivamente raggiungendo una determinata zona.
Non esiste però un valore universale da imporre a ogni edificio indipendentemente dal sistema di fornitura e dal disinfettante utilizzato.
Il confronto corretto è con le caratteristiche della fornitura, con il piano di gestione e con i valori attesi nel sistema specifico.
Il CDC suggerisce infatti di conoscere le condizioni dell’acqua in ingresso e, quando utile, confrontarsi con il gestore idrico.
Misurare il cloro in una situazione in cui il sistema di fornitura non mantiene normalmente un residuo significativo al punto di consegna può generare conclusioni sbagliate.
La misura deve sempre avere una domanda tecnica a cui rispondere.

Torbidità, colore e odore

Sono segnali immediati, ma non vanno confusi con un giudizio completo di potabilità.

Alla ripresa del flusso possono comparire acqua colorata, particelle, odori anomali o torbidità.
La causa può essere la mobilizzazione di sedimenti, prodotti di corrosione, depositi o acqua rimasta a lungo in contatto con materiali.
Un’anomalia organolettica non identifica da sola un rischio specifico.
Ma una variazione nuova e significativa non dovrebbe essere banalizzata.
Il D.Lgs. 18/2023 include colore, odore, sapore e torbidità tra gli aspetti della qualità dell’acqua da considerare secondo i rispettivi criteri.
Se durante la riapertura l’acqua non torna alle caratteristiche attese dopo un adeguato ricambio, la procedura deve fermarsi e trasformarsi in un’indagine.
Continuare a flussare indefinitamente non è una diagnosi.

Piombo, rame e altri metalli

La stagnazione non riguarda soltanto i microrganismi.

Il CDC richiama esplicitamente il possibile aumento del rilascio di piombo e rame durante periodi di basso o nullo utilizzo, soprattutto in funzione dei materiali, della chimica dell’acqua, della temperatura e dello stato delle superfici interne.
Questo aspetto è importante anche nel contesto europeo e italiano, dove il piombo è uno dei parametri di particolare attenzione nei sistemi di distribuzione interni.
Il flussaggio può ridurre l’esposizione all’acqua rimasta a lungo a contatto con i materiali, ma non risolve una sorgente strutturale di piombo.
Se esistono materiali a rischio, storici superamenti, lavori recenti o utenti particolarmente vulnerabili, la riapertura può richiedere un controllo analitico mirato.
Ancora una volta non esiste il campione universale post-vacanze.
Esiste un campionamento progettato sulla base del rischio.

Legionella: perché la pausa estiva merita attenzione

Temperatura, stagnazione, biofilm e aerosol possono incontrarsi proprio nel momento in cui gli utenti tornano.

Legionella è un batterio ambientale capace di colonizzare sistemi idrici artificiali quando le condizioni sono favorevoli.
La trasmissione avviene soprattutto attraverso inalazione o microaspirazione di aerosol contaminato, non bevendo normalmente un bicchiere d’acqua.
Le condizioni che favoriscono la proliferazione includono temperature favorevoli, stagnazione, biofilm, depositi e scarso controllo del sistema.
Una pausa estiva può aumentare alcuni di questi fattori contemporaneamente.
Il rischio più evidente si manifesta quando si riaprono docce, rubinetti con forte aerosolizzazione, vasche, apparecchiature o altri dispositivi rimasti inutilizzati.
Questo è il motivo per cui le operazioni di recommissioning dovrebbero essere eseguite prima del ritorno pieno degli occupanti e da personale informato sui rischi dell’attività.
Il flussaggio non deve diventare l’occasione per esporre un operatore all’aerosol che stiamo cercando di controllare.

Flussaggio e biofilm: cosa può fare e cosa non può fare

Sostituire l’acqua stagnante è fondamentale. Pensare di rimuovere un biofilm maturo semplicemente aprendo il rubinetto è un’altra cosa.

Il flussaggio rinnova la fase acquosa e può mobilizzare una parte dei materiali presenti.
Può riportare disinfettante, temperatura e chimica verso le condizioni dell’acqua di alimentazione.
Può ridurre la concentrazione di microrganismi presenti nell’acqua stagnante.
Non equivale però automaticamente a una disinfezione dell’impianto.
Il biofilm è aderente alle superfici e può proteggere microrganismi dall’azione dei disinfettanti.
Se il sistema presenta una colonizzazione importante, una storia di positività Legionella o altre criticità, il solo flussaggio potrebbe essere insufficiente.
In quel caso servono misure correttive proporzionate, che possono includere pulizia, disinfezione, modifica delle temperature, riequilibrio idraulico, rimozione di rami morti o altri interventi definiti dalla valutazione del rischio.
La riapertura non deve quindi essere raccontata come una bonifica automatica.

Serve sempre una disinfezione?

No. Ma in alcuni contesti può essere necessaria o espressamente prevista dalle indicazioni tecniche applicabili.

Disinfettare ogni rete dopo qualunque pausa estiva, indipendentemente dalla durata dell’inattività e dalle condizioni dell’edificio, sarebbe un approccio non proporzionato.
La disinfezione è un intervento che deve avere una motivazione tecnica, una procedura definita, un prodotto o metodo appropriato, tempi di contatto, gestione della sicurezza e verifica finale.
Le Linee guida Legionella prevedono indicazioni più incisive per particolari situazioni, tra cui gli edifici a funzionamento stagionale prima della riapertura.
In altri contesti la decisione dipende dalla valutazione del rischio, dalla storia dell’impianto, dalla durata e modalità del fermo, dai parametri osservati e dagli eventuali risultati analitici.
Il messaggio corretto è quindi doppio.
Non confondere il flussaggio con una disinfezione.
Non trasformare la disinfezione in un rituale privo di diagnosi.

Quando l’igienizzazione idrica diventa una misura correttiva

Se emergono non conformità o condizioni che non rientrano con il normale recommissioning, bisogna passare dalla riapertura alla gestione della criticità.

Il D.Lgs. 18/2023 prevede che, quando una non conformità al punto d’uso è riconducibile al sistema di distribuzione interno o alla sua manutenzione, siano adottate misure appropriate e proporzionate per eliminare o ridurre il rischio.
Nel caso di edifici prioritari, l’articolo 9 richiama espressamente l’adozione delle necessarie misure preventive e correttive proporzionate al rischio.
Una igienizzazione o disinfezione idrica può quindi inserirsi tra le misure correttive quando tecnicamente giustificata.
Ma il suo valore dipende dalla causa.
Se il problema nasce da un ramo morto, da un ricircolo sbilanciato o da temperature cronicamente scorrette, disinfettare senza correggere l’impianto può produrre soltanto un miglioramento temporaneo.
La misura correttiva deve quindi essere collegata alla causa e seguita dalla gestione ordinaria necessaria a impedire la ricomparsa del problema.

Campionare prima o dopo il flussaggio?

La risposta dipende da cosa vogliamo sapere.

Questo è uno dei punti più delicati.
Un campione prelevato prima del flussaggio può essere utile se l’obiettivo è caratterizzare la condizione di stagnazione o indagare la qualità del primo getto.
Un campione prelevato dopo il recommissioning può essere utile per verificare la condizione del sistema riportato a regime.
I due campioni rispondono a domande differenti.
Per la Legionella il campionamento deve inoltre rispettare la strategia prevista dalle Linee guida e dalle metodiche applicabili, inclusa la scelta tra campione pre-flush e post-flush in funzione dell’obiettivo dell’indagine.
Dopo una disinfezione occorre anche considerare il tempo trascorso dall’intervento e l’eventuale presenza di residui di biocida, perché un campione effettuato nel momento sbagliato può fornire una rassicurazione poco rappresentativa della stabilità del controllo.
La decisione di campionare non dovrebbe quindi essere automatica.
E soprattutto il laboratorio dovrebbe ricevere una domanda tecnica, non soltanto una bottiglia.

Serve sempre l’analisi Legionella alla riapertura?

No. Dire il contrario trasformerebbe una valutazione del rischio in un obbligo annuale o stagionale che non esiste in questi termini per ogni edificio.

La necessità di analisi microbiologiche dipende dal tipo di struttura, dalla vulnerabilità degli utenti, dalla storia del sistema, dalla valutazione del rischio, dalle modalità di gestione durante il fermo e dalle eventuali anomalie rilevate.
In una struttura sanitaria o sociosanitaria il livello di cautela sarà diverso rispetto a un piccolo ufficio.
Un albergo con precedenti positività richiede una lettura diversa da una struttura con rete semplice, ben gestita e mantenuta in esercizio durante la pausa.
Un campionamento può essere molto utile.
Ma non sostituisce l’ispezione, le temperature, la conoscenza della rete e la verifica delle procedure.
Una Legionella non rilevata in pochi campioni non certifica che ogni ramo della rete sia sicuro.
E una procedura di riapertura ben documentata non elimina la necessità del campionamento quando il rischio lo richiede.
Sono strumenti complementari.

Microbiologia della potabilità oltre Legionella

Riapertura e qualità dell’acqua non devono essere ridotte a un solo batterio.

A seconda dell’edificio e della fonte possono essere pertinenti indicatori microbiologici previsti dal D.Lgs. 18/2023, parametri indicatori o altri microrganismi individuati dalla valutazione del rischio.
Il Rapporto ISTISAN 22/32 richiama, soprattutto negli edifici con persone vulnerabili, la rilevanza di patogeni opportunisti e di condizioni impiantistiche capaci di favorirne la crescita.
La scelta del pannello analitico deve quindi partire dal pericolo plausibile.
Analizzare tutto senza un’ipotesi produce costi e spesso poca conoscenza.
Analizzare troppo poco può perdere la causa.
Il criterio corretto resta dato, impianto, rischio e decisione.

Scuole: settembre non è un giorno qualsiasi

Un edificio scolastico può avere avuto per settimane un uso molto disomogeneo.

Durante l’estate possono restare in funzione segreterie o attività limitate mentre aule, laboratori, palestre, spogliatoi e interi piani rimangono quasi inutilizzati.
La procedura dovrebbe quindi partire da una mappa delle zone inattive e non dall’idea che la scuola sia stata semplicemente aperta o chiusa.
Particolare attenzione meritano fontanelle, cucine, punti destinati alla preparazione di alimenti, docce, spogliatoi, laboratori e terminali poco utilizzati.
La riapertura deve avvenire prima dell’arrivo degli studenti, così da poter gestire eventuali anomalie senza esporre gli utilizzatori e senza trasformare il primo giorno di scuola nel giorno del collaudo della rete.
Quando l’edificio rientra tra le categorie prioritarie o presenta condizioni specifiche, si applicano gli ulteriori adempimenti previsti dal quadro di rischio.
Non serve inventare un obbligo annuale di analisi per tutte le scuole.
Serve un programma proporzionato e documentabile.

Palestre e centri sportivi

Le docce trasformano una rete poco utilizzata in una questione anche di aerosol.

Gli spogliatoi possono rimanere chiusi mentre altri servizi della struttura continuano a essere utilizzati.
Questa asimmetria crea stagnazione proprio nei punti che al ritorno dell’attività genereranno aerosol.
È quindi opportuno programmare il riavvio dell’ACS, verificare ricircolo e temperature, gestire docce e terminali, controllare eventuali accumuli e trattamenti e valutare la necessità di campionamenti in funzione del rischio.
Un errore frequente è riaprire la palestra al pubblico e iniziare contemporaneamente i flussaggi.
La sequenza dovrebbe essere l’opposto.
Prima si riporta sotto controllo la rete.
Poi si riporta sotto la doccia l’utente.

Hotel e strutture ricettive stagionali

Qui le Linee guida nazionali sono particolarmente esplicite.

Nelle strutture ricettive le camere non occupate richiedono una gestione dei punti d’uso per limitare la stagnazione.
Le Linee guida Legionella indicano di far scorrere acqua calda e fredda dai rubinetti e dalle docce delle camere non occupate e comunque prima dell’occupazione.
Per gli edifici a funzionamento stagionale prevedono prima della riapertura una pulizia completa dei serbatoi e della rubinetteria, una disinfezione dell’intera rete idrica e un prolungato deflusso dell’acqua dalle erogazioni servite.
Queste indicazioni rendono evidente una cosa.
La stagionalità deve essere gestita durante la chiusura, non soltanto il giorno prima di riaprire.
Se una struttura mantiene flussaggi e controlli nel periodo di fermo, il profilo di rischio alla riapertura sarà diverso rispetto a una struttura abbandonata per mesi con impianti spenti.
La procedura deve partire da ciò che è realmente accaduto.

Studi professionali e uffici

Il rischio è spesso meno evidente proprio perché l’impianto sembra semplice.

Un piccolo ufficio può avere una rete corta e pochi punti d’uso.
In questo caso la riapertura può essere molto più semplice rispetto a un ospedale o a un hotel.
Ma anche qui una cucina inutilizzata, un bagno secondario o un erogatore con filtro possono aver trascorso settimane senza ricambio.
Un protocollo proporzionato può prevedere ispezione, flussaggio ragionato, verifica organolettica e delle temperature, riattivazione dei dispositivi di trattamento e gestione delle eventuali anomalie.
Non tutto richiede una relazione di cinquanta pagine.
La proporzionalità è parte della buona gestione del rischio.

Condomìni complessi

Agosto può trasformare un edificio occupato in una rete con decine di piccoli rami quasi fermi.

Un condominio raramente chiude davvero.
Ma molte unità possono restare vuote contemporaneamente.
La rete comune continua a funzionare, mentre le diramazioni private possono rimanere inutilizzate.
Questo rende importante distinguere parti comuni e parti di proprietà esclusiva, responsabilità del gestore della distribuzione interna e comportamenti dei singoli utenti.
Un amministratore può documentare indicazioni preventive ai condomini, soprattutto in presenza di bagni poco utilizzati, seconde case, appartamenti vuoti o sistemi ACS centralizzati.
Al rientro, il singolo utente dovrebbe essere informato sulla necessità di un adeguato ricambio dei propri terminali dopo periodi prolungati di assenza.
Questo non trasforma automaticamente il condominio non prioritario in una struttura soggetta agli stessi adempimenti dell’articolo 9.
È semplicemente buona gestione e tracciabilità della prevenzione.

Facility manager e manutentore: ruoli diversi

Eseguire un flussaggio e decidere che cosa debba essere flussato non sono la stessa attività.

Il gestore dell’edificio o della distribuzione interna organizza la gestione e deve assicurarsi che la rete sia mantenuta nelle condizioni previste per quanto di propria competenza.
Il manutentore può eseguire controlli, flussaggi, pulizie, sostituzioni, misure e riattivazioni secondo procedure definite.
Il consulente tecnico può supportare la valutazione del rischio, individuare i punti critici, definire criteri di accettazione e progettare l’eventuale campionamento.
Il laboratorio produce dati analitici secondo metodi appropriati.
L’autorità sanitaria esercita le competenze di controllo e può disporre misure quando ricorrono le condizioni previste dalla normativa.
Confondere questi ruoli produce un errore tipico: chiedere al laboratorio di decidere la sicurezza dell’intero impianto sulla base di pochi campioni.
Il laboratorio misura.
La gestione del rischio interpreta il sistema.

La responsabilità non nasce il giorno della riapertura

La migliore procedura di settembre è spesso quella iniziata a luglio.

Se un edificio sa che resterà a basso utilizzo per quattro settimane, può pianificare in anticipo flussaggi periodici, mantenimento delle temperature, gestione dei ricircoli e controlli delle apparecchiature.
In questo modo riduce l’entità della stagnazione invece di doverla affrontare integralmente alla fine.
WHO e Linee guida Legionella indicano da tempo l’importanza di limitare i ristagni e mantenere in esercizio o flussare i punti poco utilizzati.
La gestione preventiva è quasi sempre più efficace della riapertura emergenziale.
È anche più facile da documentare.
Un registro di attività estive può mostrare quali aree siano state controllate, quando siano stati effettuati i flussaggi, quali temperature siano state rilevate e quali anomalie siano state corrette.
Settembre diventa così una verifica finale, non una corsa contro il tempo.

Dato → impianto → rischio → responsabilità

Quattro passaggi evitano di trasformare la riapertura in una checklist eseguita senza capire il perché.

Il dato può essere la durata dell’inattività, una temperatura, un residuo di disinfettante, la torbidità, un odore, il volume flussato o un risultato microbiologico.
L’impianto è il luogo fisico che spiega quel dato: accumulo, ricircolo, ramo distale, terminale, filtro, apparecchiatura o tratto poco utilizzato.
Il rischio è il significato sanitario e gestionale plausibile: ricrescita microbica, Legionella, rilascio di metalli, mobilizzazione di depositi, perdita del controllo termico o altra alterazione.
La responsabilità è la decisione che deve seguire: chi interviene, cosa viene corretto, come si verifica e dove si registra.
Saltare uno di questi passaggi genera procedure deboli.
Misurare una temperatura senza sapere quale ramo stiamo misurando produce un numero.
Conoscere il ramo senza decidere cosa fare produce una descrizione.
Una gestione professionale deve arrivare alla decisione.

Un esempio: la scuola riapre dopo cinque settimane

La procedura non comincia dal laboratorio.

Immaginiamo una scuola con tre piani, una palestra, spogliatoi con docce, cucina e un piccolo addolcitore a servizio di alcune apparecchiature.
Durante agosto la segreteria al piano terra è stata utilizzata due giorni alla settimana.
Il resto dell’edificio è rimasto chiuso.
La prima azione è ricostruire quali rami abbiano avuto consumo e quali no.
Si verifica lo stato degli accumuli e dell’ACS, il funzionamento del ricircolo, i trattamenti, i terminali e la presenza di eventuali manutenzioni eseguite durante la chiusura.
Si programma poi il flussaggio per zone, evitando di aprire casualmente decine di rubinetti nello stesso momento.
Si registrano temperature e altre grandezze scelte come criteri operativi.
Docce e punti aerosolizzanti vengono gestiti prima del rientro degli utenti e con adeguate cautele.
Le eventuali anomalie determinano se siano necessari interventi aggiuntivi o campionamenti.
Solo al termine della procedura l’edificio viene riportato al normale utilizzo.
La differenza tra questa procedura e aprire i rubinetti per un minuto è evidente.

Un altro esempio: hotel stagionale

Qui la storia dell’impianto pesa quanto la durata della chiusura.

Un hotel chiuso per tre mesi con serbatoi pieni, ACS spenta e nessun programma di flussaggio non può essere trattato come un albergo rimasto a bassa occupazione con ricircolo, temperature e terminali gestiti per tutto il periodo.
Nel primo caso la riapertura deve considerare le specifiche indicazioni delle Linee guida per gli edifici stagionali, compresa la pulizia e disinfezione previste nel contesto applicabile.
Nel secondo caso la procedura può essere costruita sulla verifica del mantenimento del controllo e sul ricambio dei rami rimasti meno utilizzati.
Se entrambi gli hotel eseguono semplicemente la stessa analisi Legionella in cinque camere, il campionamento sta cancellando la differenza reale tra i due sistemi.
La valutazione del rischio deve venire prima del numero di campioni.

Criteri di accettazione: quando possiamo dire che la rete è tornata a regime?

La frase “abbiamo fatto scorrere l’acqua” non è un criterio di accettazione.

Un buon protocollo definisce prima cosa deve essere vero alla fine.
I criteri possono comprendere completamento del ricambio delle zone previste, temperature coerenti con il regime gestionale, assenza di anomalie persistenti di colore, odore o torbidità, corretto funzionamento di accumuli e ricircoli, riattivazione e manutenzione dei trattamenti, pulizia dei terminali e chiusura delle anomalie tecniche osservate.
Quando il rischio lo richiede possono essere aggiunti risultati analitici microbiologici o chimici pertinenti.
Non tutti i criteri devono essere numerici.
Ma devono essere verificabili.
Dire che l’acqua è tornata sotto controllo significa poter spiegare su quali evidenze si basa quella conclusione.

La checklist professionale di riapertura

Una checklist utile non sostituisce la valutazione del rischio. Serve a impedire che la valutazione dimentichi passaggi importanti.

  • Censire le aree rimaste inattive o a basso utilizzo.
  • Ricostruire durata e modalità effettive del periodo di fermo.
  • Verificare eventuali flussaggi o manutenzioni già eseguiti durante la chiusura.
  • Aggiornare o verificare lo schema della rete, almeno per montanti, zone e principali apparecchiature.
  • Individuare accumuli, produttori ACS e circuiti di ricircolo.
  • Individuare rami distali, locali chiusi, bagni secondari, docce e punti raramente utilizzati.
  • Verificare visivamente serbatoi e locali tecnici per quanto accessibile e previsto.
  • Riattivare e controllare correttamente produzione ACS e ricircolo prima della verifica dei terminali.
  • Verificare addolcitori, filtri e altre apparecchiature secondo le istruzioni del produttore.
  • Pulire, disincrostare o sostituire rompigetti, soffioni e altri terminali quando necessario.
  • Pianificare il flussaggio per zone, piani, colonne o rami quando l’estensione dell’edificio lo richiede.
  • Eseguire il ricambio di acqua calda e fredda attraverso i punti d’uso pertinenti, riducendo aerosol e spruzzi.
  • Registrare tempi, portate stimate o volumi quando utili alla verifica del ricambio.
  • Misurare temperatura nei punti scelti e verificarne la stabilizzazione.
  • Misurare il disinfettante residuo quando pertinente al sistema e all’obiettivo del controllo.
  • Osservare colore, torbidità, odore e presenza di sedimenti.
  • Verificare separatamente docce, spogliatoi e altri dispositivi che generano aerosol.
  • Gestire macchine per il ghiaccio, erogatori e apparecchiature collegate secondo le istruzioni specifiche.
  • Valutare se le anomalie osservate richiedano pulizia, igienizzazione, disinfezione, interventi idraulici o altre misure correttive.
  • Definire se il campionamento analitico sia necessario e con quale obiettivo.
  • Registrare non conformità, interventi, esiti e criteri di accettazione.
  • Autorizzare il ritorno al normale utilizzo solo dopo la chiusura delle criticità rilevanti.

Cosa non dovrebbe comparire in una buona procedura

Alcune frasi suonano rassicuranti ma tecnicamente dicono molto poco.

“Abbiamo aperto tutti i rubinetti.”
Per quanto tempo e con quale portata?
“L’acqua era limpida.”
La limpidezza non dimostra l’assenza di Legionella né di altri contaminanti invisibili.
“Il boiler era caldo.”
Qual era la temperatura della mandata, del ritorno e dei punti distali?
“Il cloro c’era.”
Dove è stato misurato e qual era il valore atteso per quella rete?
“Abbiamo fatto l’analisi.”
Quale campione, in quale punto, prima o dopo il flussaggio e per rispondere a quale domanda?
“Abbiamo disinfettato.”
Con quale metodo, concentrazione, tempo di contatto, copertura e verifica finale?
La qualità della consulenza si misura spesso dalla capacità di trasformare queste frasi in dati verificabili.

Documentare non è burocrazia

In un sistema gestito bene il registro serve prima di tutto a capire se le misure hanno funzionato.

Data della riapertura.
Aree interessate.
Durata dell’inattività.
Persone che hanno eseguito le operazioni.
Sequenza di flussaggio.
Temperature.
Eventuale disinfettante residuo.
Anomalie visive e organolettiche.
Manutenzioni su filtri e trattamenti.
Pulizia dei terminali.
Campioni eventualmente prelevati.
Misure correttive.
Questi dati permettono di confrontare la riapertura successiva e di dimostrare come sia stata gestita una criticità.
Per gli edifici prioritari il quadro normativo attribuisce particolare importanza alla conservazione e aggiornamento delle procedure e registrazioni relative alla valutazione e gestione del rischio.
Anche negli altri edifici una documentazione proporzionata rappresenta buona pratica e supporta la tracciabilità delle decisioni.

Quando non autorizzare subito il normale utilizzo

La fretta è comprensibile. Ma alcuni segnali richiedono di fermare la procedura e capire la causa.

Acqua persistentemente colorata o torbida dopo adeguato ricambio.
Odori chimici o anomali non spiegati.
Temperature dell’ACS che non raggiungono il regime previsto o ricircolo palesemente inefficiente.
Acqua fredda che resta stabilmente troppo calda in zone critiche.
Serbatoi sporchi, coperture danneggiate o presenza importante di sedimenti.
Filtri o trattamenti con manutenzione scaduta o stato non verificabile.
Precedenti positività Legionella non gestite o controllo post-intervento incompleto.
Aree della rete che non possono essere flussate perché prive di terminale funzionante.
Risultati analitici non conformi o indicatori che mostrano una criticità persistente.
In questi casi l’obiettivo non è completare la checklist.
È risolvere il problema prima che il sistema torni a esporre gli utenti.

Il flussaggio consuma acqua: quindi è uno spreco?

La sostenibilità non consiste nel lasciare inutilizzata acqua stagnante dentro un edificio per poi esporre gli utenti.

Il tema è legittimo.
Un flussaggio esteso utilizza acqua e deve essere progettato evitando sprechi inutili.
La risposta non è però ridurre arbitrariamente il ricambio fino a renderlo inefficace.
La soluzione è prevenire la stagnazione durante la chiusura, dimensionare correttamente gli impianti, eliminare rami inutili, pianificare il flussaggio e, quando praticabile e igienicamente appropriato, destinare l’acqua scaricata a usi compatibili.
Un sistema sovradimensionato che richiede ogni anno migliaia di litri per essere riportato a regime sta dando un’informazione progettuale.
La sicurezza idrica e la sostenibilità non sono obiettivi opposti.
Un impianto progettato e gestito meglio può migliorare entrambe.

Riapertura e Piano di Sicurezza dell’Acqua

Il valore dell’approccio PSA è proprio trasformare un evento ricorrente in una procedura prevista prima che accada.

Negli edifici e sistemi nei quali è applicabile una valutazione strutturata del rischio, la pausa estiva può essere inserita tra gli eventi pericolosi prevedibili.
Si identifica quali aree restano inattive.
Si definiscono misure preventive durante la chiusura.
Si stabiliscono controlli di riapertura.
Si individuano limiti operativi o criteri di accettazione.
Si assegna chi deve fare cosa.
Si definiscono le azioni correttive in caso di deviazione.
In questo modo la gestione smette di dipendere dalla memoria del manutentore che rientra dalle ferie.
Diventa un processo replicabile e verificabile.

L’errore di cercare una sola persona responsabile di tutto

La gestione dell’acqua è una catena di responsabilità e competenze, non un nome da mettere in fondo a una checklist.

Il gestore della distribuzione interna ha un ruolo definito dal D.Lgs. 18/2023.
Il responsabile dell’edificio o dell’attività organizza le risorse e le procedure per quanto di competenza.
Il manutentore esegue attività tecniche secondo incarico e regola dell’arte.
Il consulente interpreta il rischio e propone criteri tecnici.
Il laboratorio misura i parametri.
Gli utilizzatori devono ricevere istruzioni coerenti quando il loro comportamento può influire sulla gestione, per esempio nei locali rimasti inutilizzati.
Una procedura efficace rende questi ruoli visibili.
Una procedura debole li confonde e scopre chi avrebbe dovuto fare cosa soltanto dopo una non conformità.

Un punto delicato: il rischio per chi esegue il flussaggio

Ridurre il rischio per gli utenti non deve significare trasferirlo al manutentore.

Le docce e altri terminali possono produrre aerosol durante la riapertura.
Il CDC richiama espressamente la necessità di considerare l’esposizione di chi esegue le operazioni, soprattutto quando esistono condizioni di maggior rischio.
Nel quadro italiano la sicurezza degli operatori deve essere gestita secondo la valutazione del rischio e la normativa applicabile nei luoghi di lavoro.
Le misure possono comprendere organizzazione delle attività prima della presenza degli utenti, riduzione degli spruzzi, ventilazione, procedure specifiche e dispositivi di protezione quando tecnicamente giustificati.
Non esiste un DPI universale per qualsiasi apertura di rubinetto.
Esiste una valutazione dell’esposizione che deve essere proporzionata alle condizioni reali.

Quello che una riapertura ben fatta dovrebbe lasciare in eredità

Non solo acqua nuova nelle tubazioni, ma un impianto conosciuto meglio di prima.

Una buona riapertura identifica rami poco utilizzati.
Evidenzia terminali da sostituire.
Fa emergere problemi di ricircolo.
Mostra dove l’acqua fredda si surriscalda.
Verifica se i trattamenti sono mantenuti.
Aggiorna gli schemi.
Produce registrazioni.
Definisce quali parametri meritano monitoraggio.
E soprattutto permette di decidere cosa fare durante la prossima chiusura per arrivare a settembre in condizioni migliori.
Se ogni anno la procedura ricomincia da zero, non stiamo gestendo il rischio.
Stiamo soltanto ripetendo un’emergenza prevedibile.

La conclusione

Riaprire l’acqua significa riportare sotto controllo un sistema, non soltanto sostituire l’acqua del primo metro di tubo.

Dopo una pausa estiva l’edificio può presentare una geografia idraulica molto diversa da quella immaginata.
Alcuni rami hanno continuato a lavorare.
Altri sono rimasti quasi fermi.
L’acqua fredda può essersi riscaldata.
L’ACS può aver perso il corretto regime termico.
Il disinfettante residuo può essersi ridotto.
Filtri e apparecchiature possono aver bisogno di recommissioning.
Biofilm, depositi e materiali possono aver interagito con l’acqua per tempi molto più lunghi del normale.
Per questo il flussaggio è importante, ma deve essere progettato.
Le misure devono essere proporzionate.
Il campionamento deve avere un obiettivo.
La disinfezione deve avere una causa e una verifica.
Le responsabilità devono essere chiare.
E le operazioni devono essere documentate.
Il D.Lgs. 18/2023, aggiornato dal D.Lgs. 102/2025, assegna alla gestione della distribuzione interna un ruolo preciso nel mantenimento della qualità dell’acqua fino al punto d’uso e rafforza l’approccio basato sul rischio negli edifici prioritari.
Il Rapporto ISTISAN 22/32 rende evidenti i pericoli legati a stagnazione, flussi intermittenti e sistemi complessi.
Le Linee guida Legionella 2015 forniscono misure specifiche di prevenzione e indicazioni per locali inutilizzati, strutture ricettive ed edifici stagionali.
WHO e CDC confermano, con prospettive diverse, che ridurre la stagnazione e riportare l’intero sistema al normale regime operativo è una misura centrale di prevenzione.
La frase finale può quindi essere molto semplice.
Riaprire un edificio non significa verificare che dai rubinetti esca acqua.
Significa poter dimostrare che l’acqua ha ricominciato a percorrere l’impianto nel modo in cui dovrebbe.

Riferimenti normativi, linee guida e fonti tecnico-scientifiche

Quadro consultato e verificato per la redazione dell’articolo.

  • Direttiva (UE) 2020/2184 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2020, concernente la qualità delle acque destinate al consumo umano.
  • Decreto legislativo 23 febbraio 2023, n. 18, attuazione della Direttiva (UE) 2020/2184.
  • Decreto legislativo 19 giugno 2025, n. 102, disposizioni integrative e correttive del D.Lgs. 18/2023, in vigore dal 19 luglio 2025.
  • Ministero della Salute, Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi, approvate in Conferenza Stato-Regioni il 7 maggio 2015.
  • Istituto Superiore di Sanità, Rapporto ISTISAN 22/32, Linee guida per la valutazione e gestione del rischio per la sicurezza dell’acqua nei sistemi di distribuzione interni degli edifici prioritari e non prioritari e di talune navi ai sensi della Direttiva (UE) 2020/2184.
  • Istituto Superiore di Sanità, Rapporto ISTISAN 22/33, Linee guida nazionali per l’implementazione dei Piani di Sicurezza dell’Acqua.
  • Decreto del Ministero della Salute 7 febbraio 2012, n. 25, disposizioni tecniche concernenti apparecchiature finalizzate al trattamento dell’acqua destinata al consumo umano.
  • World Health Organization, Guidelines for drinking-water quality, fourth edition incorporating the first, second and third addenda, 17 giugno 2026.
  • World Health Organization, Water safety in buildings, 2011.
  • World Health Organization, Legionella and the prevention of legionellosis, 2007.
  • World Health Organization Regional Office for Europe, Prevalence of Legionella as a waterborne pathogen and its health impacts in the pan-European region, 2025.
  • Centers for Disease Control and Prevention, Reopening Buildings Guidance: Reopening Buildings After Prolonged Shutdown or Reduced Operation, aggiornamento 6 febbraio 2024.
  • Centers for Disease Control and Prevention, Monitoring Building Water, aggiornamento 15 marzo 2024.
  • Liang J. et al., Impact of building closures during the COVID-19 pandemic on Legionella infection risks, 2021.
  • Rhoads W.J. et al., Growth of Legionella during COVID-19 lockdown stagnation, Environmental Science: Water Research & Technology, 2021.
  • Hozalski R.M. et al., Flushing of Stagnant Premise Water Systems after the COVID-19 Shutdown Can Reduce Infection Risk by Legionella and Mycobacterium spp., Environmental Science & Technology, 2020.
  • Proctor C.R. et al., Considerations for large building water quality after extended stagnation, AWWA Water Science, 2020.
  • Grimard-Conea M. et al., Impact of recommissioning flushing on Legionella in building plumbing systems, Frontiers in Water, 2022.
  • Mérieux NutriSciences Italia, Monitoraggio Legionella: guida definitiva 2026, 4 agosto 2026, utilizzato come fonte tecnica di settore e non come fonte normativa.

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    Salvatore Abbate

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